Sono arrabbiato per l’esito del Referendum? Certo che lo sono.
Sono deluso per l’esito del Referendum? Sì, ovviamente.
Tuttavia sono arrabbiato e deluso per motivi diversi dal “rosicare” che qualcuno potrebbe immaginare. Provo a spiegarlo, ma per capire le ragioni della mia rabbia e della mia delusione è necessario ripercorrere rapidamente la nostra storia degli ultimi trent’anni.

Nel corso della 14ª Legislatura (con il Parlamento sbilanciato a destra) il senatore Roberto Calderoli s’è fatto promotore (parecchi anni prima dell’avvento del grillismo) di una legge di riforma costituzionale tendente alla realizzazione dello Stato Federale. 

Quella Legge di riforma Costituzionale avrebbe introdotto alcune modifiche importanti nelle nostre istituzioni: avrebbe ridotto i parlamentari (da 630 a 518 i deputati; da 315 a 252 i senatori), avrebbe abolito il bicameralismo paritario con la trasformazione del Senato (che – attenzione! – sarebbe rimasto elettivo) in Senato Federale; avrebbe vincolato il Presidente della Repubblica a nominare Presidente del Consiglio il candidato premier uscente vincitore dalla competizione elettorale; avrebbe aumentato il potere del Presidente del Consiglio conferendogli il potere di nominare o revocare i propri ministri senza necessità di aprire crisi di governo; avrebbe introdotto il vincolo di mandato per i parlamentari; avrebbe conferito ulteriore potere alle amministrazioni regionali trasformandole in veri e propri Stati nel contesto di una Repubblica Federale. 

Chiaro il quadro? Bene. Quella riforma il 25 e 26 giugno del 2006 è stata bocciata dagli italiani che ne hanno fiutato i rischi. Facciamo attenzione che questa proposta di riforma segue quella del 2001 con la quale un’ampia porzione di potere è stata devoluta alle Regioni (soprattutto in tema sanitario). Degli effetti drammatici di quella riforma costituzionale ne stiamo ancora oggi pagando il prezzo. Soprattutto al Sud.

Andiamo avanti. Nel 2014-2016 Boschi e Renzi (non Verdini come subdolamente sostiene Travaglio), ritenendo i tempi maturi per il superamento del bicameralismo, hanno proposto un radicale e complesso cambiamento delle Istituzioni la cui sintesi è, anche questa volta, la trasformazione del Senato in un organo di rappresentanza regionale. La riforma, come sappiamo, è stata bocciata dagli elettori perché è stata ampiamente trasformata in un voto contrario o favorevole a Renzi, piuttosto che alla riforma proposta che, peraltro, avrebbe corretto alcune distorsioni ingenerate dalla devoluzione regionale del 2001. Soprattutto in tema sanitario.

Attenzione, però. Ci sono sottigliezze di non immediata valutabilità che devono essere considerate: il Senato Federale di Calderoli sarebbe rimasto un organo elettivo, quindi espressione diretta della volontà popolare e, di conseguenza, della densità elettiva regionale. Questo potrebbe sembrare un elemento favorevole, ma in realtà non lo è. 

Spieghiamo il perché. Il Senato delle regioni di Boschi-Renzi sarebbe stato eletto non dal popolo ma dai rappresentanti regionali in misura direttamente correlata al numero delle Regioni e delle città Metropolitane, senza rischio, pertanto, di sbilanciamenti a favore delle Regioni più popolose (che sono poi, con l’eccezione della Sicilia e della Campania, quelle del Nord). In tutto 100 elementi rappresentativi. Anzi 95 perché da quel numero si sarebbero dovuti sottrarre i 5 di nomina presidenziale. 

L’elezione “indiretta” dei senatori rappresentanti delle regioni è stata mistificata nei modi più beceri e demagogici possibili, perdendo di vista l’esigenza principale del provvedimento, ovvero il bilanciamento della rappresentatività regionale. 

Andiamo ai giorni nostri. Abbiamo predicato fin dall’inizio della campagna referendaria che questo taglio (che è stato ratificato dal 69% del 50% degli aventi diritto al voto; va bene: hanno vinto!) del numero dei parlamentari è da sempre nei progetti della Lega (Nord e di Salvini), ma sono state fatte orecchie da mercante. E va bene. Non è facile approfondire i percorsi parlamentari e non tutti possono essere in grado di farlo. Ci sta.

Ho testé dimostrato che, almeno sette-otto anni prima che Grillo iniziasse a urlare dalle piazze di tutta Italia, la riforma dell’arco Costituzionale sia sempre stata nei disegni della Lega Nord (e di Salvini che l’ha scritto nero su bianco nel suo programma di governo). Comprendo anche il fatto che moltissimi elettori abbiano (più o meno consapevolmente) scelto di assecondare una riforma che hanno creduto in buona fede potesse snellire l’attività parlamentare; personalmente ho numerosi dubbi, ne ho anche scritto, ma vedremo. 

Ora, però, a urne chiuse ed esito dichiarato, dobbiamo fare i conti con la realtà.

E qual è la realtà? Il Sì referendario ha intascato la vittoria. Questo è un dato certo ed assodato. Chi si intesterà la vittoria? È ovvio: Luigi Di Maio e il Movimento 5 Stelle. Non Zingaretti, non Bersani e, forse, neanche Salvini o Meloni saranno interessati a intestarsi la vittoria. Non è importante.

Salvini, Meloni, Calderoli, Rixi, probabilmente Giorgetti, giustamente se ne infischiano di intestarsi questa vittoria: molto più importante per loro sarà intestarsi un’altra vittoria, determinante peraltro ai fini del benessere collettivo. Ho già scritto in una precedente e non facile riflessione dell’anaciclosi e non mi pare giusto annoiare ulteriormente coloro che hanno avuto la pazienza di leggere. Ne faccio solo un breve accenno per chiarire il concetto che sto per sviluppare: tutte le forme di governo sono destinate a degenerare, a scadere da forme “benigne” a “maligne”; tutte, nessuna esclusa. Chi vorrà potrà leggere qui l’analisi).

Il Movimento 5 stelle sta perdendo su tutti i fronti il proprio consenso e, secondo me, considerata la volatilità dell’argomento, anche il consenso minimo che potrebbero ricavare dal successo referendario durerà poco; comunque non abbastanza per accompagnarli fino al rinnovo delle Camere tanto da potere essere utilizzato e tradotto in un vantaggio elettorale.

Il Partito Democratico di Zingaretti ha tenuto bene, forse farà qualche proposta ragionevole e nell’interesse collettivo, ma – tutto sommato – sta soltanto cercando di sopravvivere, di galleggiare nel mare tempestoso del consenso. La vedo dura per portare in salvo la nave che fa acqua da tutte le parti.

I partiti minori, ci metto dentro Italia Viva, Azione e +Europa, che coltivano la visione riformista del Paese e coagulano ambienti intellettuali, sono trasversalmente avversati perché visti (a torto) come coloro che tutelano gli interessi dei gruppi di potere. Lo stesso dicasi anche per Forza Italia che non ha mai saputo recidere il cordone ombelicale che la lega al suo fondatore, nonostante la presenza di uomini di elevato spessore politico qual è, a titolo di esempio, Antonio Tajani.

Cosa resta nel panorama politico italiano? È ovvio, no? Restano Salvini e Meloni che avranno gioco facile nel piazzare in Parlamento le loro truppe cammellate visto che per loro, adesso, sarà di gran lunga più semplice ottenere la maggioranza assoluta dei seggi; tanto alla Camera, quanto al Senato. E sarà ancora più facile ottenere ed esercitare il controllo dei parlamentari. Sono, infatti, convinto che si batteranno come leoni per mantenere i listini bloccati affinché non ci possano essere scatti in avanti di parlamentari indipendenti o non allineati. Vedremo l’evoluzione della legge elettorale.

E, allora, chi ha vinto davvero il referendum? Mi piacerebbe chiederlo a Travaglio così come mi piacerebbe chiederlo a alcuni amici miei, convinti sostenitori di questa amputazione cieca delle Istituzioni. Ma soprattutto a Travaglio che s’è sbizzarrito nel definire “salviniani di sinistra” donne e uomini di libero pensiero che – forse in anticipo sugli altri – hanno intravisto gli scenari futuri.

Del resto, a pochissime ore dalla chiusura delle urne, Edoardo Rixi s’è precipitato a chiedere lo scioglimento delle Camere (che ovviamente non sarà accordato) e a definire “delegittimato” l’attuale Parlamento dopo il voto referendario. Gli fa eco Luca Zaia, dal Veneto, che ventila (e c’era da aspettarselo) una stretta sulla fiscalità differenziata.

Roberto Calderoli, da parte sua, non ha tardato a dichiarare che di questa riduzione dei parlamentari egli è stato padre legislativo, chiarendo definitivamente il quadro onde evitare fraintendimenti: la riduzione del numero dei parlamentari è un successo della Lega. Punto e basta.

A questo punto, più che la domanda, per Travaglio trovo più calzante la definizione di leghista onorario e di secessionista in pectore, considerati i suoi trascorsi di giornalista della Padania, quando firmava i suoi articoli con lo pseudonimo di Calandrino)  e considerato lo sforzo sostenuto da lui e dal suo giornale per portare, tra poco, la Lega (e la Meloni) a dominare il Paese in senso decadente, ovviamente, e oligarchico.

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