Chi legge oggi un pamphlet della destra radicale sulla presenza musulmana in Europa ha la sensazione di scorrere una pagina già letta. Cambiano i nomi, qualche aggettivo, qualche statistica, ma la grammatica è quella delle campagne antisemite della prima metà del Novecento. Una minoranza accusata di rifiutare l’integrazione per scelta, descritta come incompatibile con l’identità nazionale, sospettata di una doppia lealtà che la lega a poteri esterni, indicata come ingranaggio di un disegno demografico per sostituire la popolazione autoctona. La “grande sostituzione” che da Renaud Camus arriva fino agli studi televisivi italiani è la versione capovolta della congiura giudaica raccontata dai fogli fascisti degli anni Trenta. Il bersaglio è cambiato. Il meccanismo no.

L’antisemitismo otto-novecentesco non era un’avversione qualsiasi. Era un sistema di rappresentazione con regole precise. L’ebreo veniva descritto come straniero anche quando abitava quella terra da secoli, portatore di una cultura impermeabile, inserito in un complotto sovranazionale, prolifico al punto da minacciare la maggioranza. Il discorso pubblico di una parte della destra italiana sull’Islam ricalca quello schema punto per punto. Il musulmano viene descritto come straniero anche quando è cittadino italiano di seconda generazione, portatore di una religione presentata come immutabile e ostile, sospettato di sentirsi prima di tutto parte della umma, accusato di tassi di natalità che cambierebbero il volto del paese nel giro di poco tempo. Le statistiche vengono piegate, le eccezioni ignorate, i singoli atti criminali trasformati in essenza collettiva. È il procedimento che Hannah Arendt aveva descritto parlando dell’antisemitismo come ideologia: ridurre milioni di persone a un’entità unica, dotata di volontà unica, animata da intenzioni unite.

La continuità non è solo retorica. È funzionale. La minoranza serve da spiegazione semplificata di problemi complessi: la deindustrializzazione, la precarietà, la crisi demografica vera (quella italiana, fatta di culle vuote e non di moschee piene), la perdita di prestigio internazionale. Negli anni Trenta l’ebreo spiegava la modernità che disorientava. Oggi il musulmano spiega la globalizzazione che precarizza. Il dispositivo è identico: scegliere un capro espiatorio, costruirne il profilo, attribuirgli ogni colpa, presentare la sua espulsione o il suo contenimento come soluzione. Chi lo agita non ha bisogno di crederci fino in fondo. Gli basta sapere che funziona elettoralmente.

Il caso più chiaro di questa meccanica è Steve Bannon, lo stratega della prima campagna di Donald Trump che dal 2018 ha eletto l’Italia a laboratorio del proprio progetto politico. Bannon non parla di razza, parla di “civiltà giudaico-cristiana” minacciata dall’Islam. La formula fa due cose insieme. Da un lato assorbe l’ebraismo dentro la coalizione difensiva dell’occidente, permettendo alla destra radicale di mettersi al riparo da ogni sospetto di antisemitismo. Dall’altro fissa il musulmano come minaccia di civiltà, cioè minaccia non di un singolo immigrato problematico, ma di un mondo incompatibile. È lo schema di Camus tradotto in lingua geopolitica e atlantica. Le tracce italiane di questa operazione sono nette. Bannon è stato ospite di Atreju nel 2018, accolto da Giorgia Meloni come compagno di strada. Ha tentato di insediare nella Certosa di Trisulti una scuola per quadri sovranisti europei attraverso il Dignitatis Humanae Institute. La sua consulenza è stata indicata da più osservatori dietro la macchina di propaganda social costruita da Matteo Salvini. Al CPAC di Washington del febbraio 2025, lo stesso Bannon che invoca la difesa della civiltà giudaico-cristiana ha eseguito sul palco un gesto che diversi giornalisti hanno riconosciuto come saluto romano. Marine Le Pen e Jordan Bardella, in Francia, hanno preso le distanze. Da Roma, no.

A questo schema si lega un secondo nodo che va nominato senza eufemismi. La stessa area politica che pratica l’islamofobia come linguaggio quotidiano è quella che offre al governo israeliano un sostegno senza condizioni. Sono posizioni coerenti nella loro logica interna, perché in entrambi i casi il musulmano resta il problema da contenere. Va invece rifiutata la confusione fra critica politica e ostilità etnica, una confusione che oggi viene applicata in modo asimmetrico. Quando si parla di Hamas, l’opinione pubblica riconosce con facilità che Hamas non sono i palestinesi, che giudicare l’organizzazione non significa giudicare un popolo, che colpire i suoi quadri non autorizza a colpire i civili. La distinzione è ovvia, e va difesa. Lo stesso principio dovrebbe valere quando si parla del governo Netanyahu. Il governo israeliano non è il popolo israeliano. Criticarne le scelte militari, le politiche di insediamento, la conduzione della campagna di Gaza, non costituisce un atto antisemita, ma un esercizio di giudizio politico, identico a quello che si applica a qualunque altro esecutivo. Trattare ogni critica come odio etnico toglie dignità sia agli israeliani sia ai palestinesi, perché cancella la differenza fra cittadini e governanti che è il fondamento di ogni democrazia.

L’asimmetria con cui questa regola elementare viene applicata racconta più dei discorsi ufficiali. Quando Hamas commette atrocità, nessuno teme di apparire razzista nel condannarla. Quando il governo Netanyahu conduce una campagna su cui le organizzazioni umanitarie internazionali hanno espresso giudizi severissimi, parlarne diventa un rischio reputazionale e chi lo fa viene rapidamente etichettato. Questo doppio standard non protegge gli ebrei, perché confonde la loro storia con la politica di un governo specifico. Non protegge il dibattito pubblico, perché gli sottrae lo strumento di base, la facoltà di distinguere. Non protegge neppure Israele, perché lo descrive come un blocco monolitico, mentre dentro la società israeliana esistono opposizioni, dissensi, voci che da anni denunciano la deriva del proprio governo.

Il punto politico, alla fine, è semplice. La destra radicale italiana sta riproponendo un copione che dovremmo riconoscere subito, perché lo abbiamo già visto applicato a un’altra minoranza con esiti che la storia ha registrato. Riconoscerlo non significa appiattire le differenze fra epoche e contesti; semmai, significa rifiutare di farsi convincere una seconda volta dalla stessa argomentazione soltanto perché stavolta arriva con un volto diverso. La prova della tenuta democratica di un paese non è la simpatia che mostra verso chi gli somiglia. È la coerenza con cui applica gli stessi criteri a tutti: ai cittadini musulmani che vivono nelle sue città, al governo israeliano che chiede il suo sostegno, ai palestinesi che vorrebbe cancellare dietro la sigla del loro nemico più feroce.

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