Ho un ricordo piuttosto nitido dei miei primi anni di università, alla facoltà di medicina: allora le aule erano gremite, soprattutto il primo anno, di tantissimi studenti che, per la prima volta, si confrontavano con il mondo universitario.
Negli anni successivi il numero di coloro che partecipano alle lezioni e che sostenevano gli esami si è progressivamente ridotto, fino a quando, nell’ultimo periodo, ci si conosceva praticamente l’un con l’altro.
Poi, nel 1997, è stata introdotta la selezione all’ingresso, il numero chiuso, il concorso con il quale ammettere o escludere i giovani a frequentare un corso di laurea. È stato il ministro Ortenzio Zecchino del 1º governo D’Alema a introdurlo nell’ipotesi che la selezione all’ingresso delle facoltà (e in particolare di facoltà altamente qualificanti come Medicina) potesse, negli anni successivi, innalzare la qualità dei professionisti. Che scempio!
Quasi contemporaneamente, nel 1999, è stato introdotto il numero chiuso anche nei corsi post-laurea (le specializzazioni) per i laureati in medicina, attraverso il quale alcuni hanno avuto piccoli vantaggi economici, visto che il corso di specializzazione è stato remunerato con una irrisoria borsa di studio, ma molti altri sono rimasti al palo, incerti sul proprio futuro.
Personalmente sono sempre stato contrario alle selezioni preliminari perché – forse a causa della mia estrazione socialdemocratica – ritengo che lo Stato debba appianare gli avvallamenti che determinano le differenze sociali e offrire a tutti i propri cittadini pari opportunità formative e, di conseguenza, professionali.
Le selezioni, soprattutto in ambito formativo, devono avvenire in corsa: sono la fatica dello studio, le ore trascorse tanto sui libri quanto nelle aule e nei laboratori a determinarle e non una selezione di cultura generale posta come ostacolo all’inizio della carriera formativa.
Con l’ulteriore beffa che molto spesso sono rimasti fuori in tale selezione giovani, verosimilmente motivati, ma provenienti da famiglie meno abbienti che, pertanto, non hanno potuto permettersi i costosissimi corsi di formazione per l’esame d’ingresso nelle facoltà.
Nel post-laurea, poi, per i medici, le cose sono andate anche peggio. Oggi come oggi in tantissimi non hanno più inseguito i propri sogni, non hanno più assecondato le proprie inclinazioni, ma si sono adeguati a ottenere una specializzazione a caso, la prima per la quale hanno superato l’ammissione.
La scelta della formazione specialistica di un medico – credetemi – inizia negli anni dell’università: personalmente ho deciso di fare l’infettivologo al secondo anno di medicina allorché mi sono confrontato con la microbiologia restandone affascinato.
Quanti giovani professionisti, oggi, non hanno più questa possibilità? In quanti non hanno il privilegio di formarsi come specialisti in una delle tante discipline per la quale si sono sentiti tagliati fin dai primissimi anni di studio?
Del resto, nel corso di questa lunga epidemia, in larga misura, stiamo pagando gli effetti delle scelte fatte nel passato: la carenza del personale sanitario non è casuale, ma è l’effetto della riduzione dell’offerta universitaria e post-universitaria che ha formato intere generazioni di professionisti molto spesso demotivati.
Appartengo (e me ne onoro) a un’area fortemente riformista dello Stato e, pertanto, ritengo che uno dei primissimi passi che si dovrebbero fare, una delle primissime indicazioni per una agenda di riforme debba partire proprio dall’offerta formativa, iniziando dalla abolizione definitiva del numero chiuso nelle università.
Ne avremmo tutti da guadagnare.