Che bello avere un Presidente del Consiglio che ha un canale di comunicazione diretto con la posizione di comando dell’Europa, con le istituzioni più alte e che è in grado di dialogare con esse alla pari, senza timori reverenziali e, anzi, forse suscitandone.

La frase che, pare, il Presidente Draghi abbia detto alla Presidente Ursula Von der Leyen era finalizzata a tranquillizzare la donna più importante d’Europa, rassicurandola sulla affidabilità dell’Italia. Tale affidabilità sarebbe basata sul fatto che è proprio Draghi ad assumersi la responsabilità ed egli, si sa, è rispettatissimo e credibilissimo, come un banchiere centrale.

Ci sono due risvolti importanti di questa vicenda ed entrambi riguardano l’equilibrio istituzionale del nostro Paese. Il primo è che il Presidente Draghi deve essere mantenuto ben lontano dal Quirinale; il secondo è che l’Italia ha una dimensione politica risibile e di stile, senza offesa, latino-americano rispetto agli altri Paesi europei. Vediamo perché.

In una fase di crisi, il Governo assume una responsabilità anche più ampia del solito e da semplice esecutore delle leggi approvate dal Parlamento, diventa promotore delle regole quotidiane. Lo sappiamo, per esempio, dal colore delle Regioni, dalle decisioni sulle riaperture, dagli studi fatti per valutare le proposte di scostamento del bilancio, dalle decisioni in ambito sanitario e vaccinale e così via.

Una persona di grande equilibrio ci ha fatto uscire dal pantano istituzionale nel quale versavamo con il bene placido di una vasta fetta della stampa accreditata impegnata a raccontarci che fossimo in una piscina olimpionica. Quella persona ha, da sola, messo assieme istanze e componenti politiche quanto meno opposte, per natura e genesi culturale, nel nome dell’urgenza e dell’affidabilità riconosciuta. Ciò si può fare con scelte politiche, operative, concrete. Si presentano soluzioni, si scelgono percorsi. Si fa politica!

Nel nostro sistema costituzionale il Presidente della Repubblica è un garante, rappresenta l’equilibrio istituzionale e funge da arbitro senza mai prendere parte ai giochi. Non fornisce suggerimenti politici specifici, non prende parti o veste colori riferiti a un partito, nemmeno quando in passato dovesse avervi militato. Questo lo fa perché la nostra Costituzione lo vuole terzo e grazie a questa terzietà gli affida le chiavi dell’architettura istituzionale.

Eleggere Draghi alla Presidenza della Repubblica sarebbe un mezzo suicidio politico poiché significherebbe rimuovere dalla scena politica attiva l’unico che attualmente sa fare ciò che deve senza essere travolto da polemiche e attacchi strumentali. Sarebbe una soluzione di comodo solo per chi ha interesse a ritornare nel torbido, a ritornare nell’immobilismo e nella politica comunicata ma non fatta. Insomma, Draghi alla Presidenza della Repubblica sarebbe l’emblema della politica italiana. Nel timore di un governo Draghi che non debba accontentare maggioranze parlamentari assurdamente inconsapevoli, determinate da elettori il cui unico merito è stato di andare a votare, anche se non particolarmente concentrati, il giorno delle elezioni, i politici del nostro Paese preferirebbero toglierselo di torno mandandolo sul colle più alto di Roma a incontrare i ragazzini delle scuole per divulgare principi di ovvia superiorità. Troppo scomodo avere davanti una persona che sa benissimo come fare politica e cosa fare nel concreto.

Questo permetterebbe una sorta di “liberi tutti” con il quale i vari polli (neanche galli) potrebbero tornare a sceneggiare le loro fiction personali in salsa parlamentare. Torneremmo così a girare i tappeti per allungare le passerelle che alcuni politici devono calcare sotto un tanto scrosciante quanto spontaneo diluvio di applausi, torneremmo così a disegnare fiori per sconfiggere una pandemia, torneremmo a discutere di ampiezza degli uffici e di quanto la politica (quella degli altri) non serva a nulla. Bene, è il caso di dire no.

Draghi Presidente del Consiglio deve non solo predisporre le manovre politiche richieste per l’attuazione del PNRR, ma deve anche prepararsi la strada per il secondo mandato, questa volta con una maggioranza politica e la chiara intenzione di rivoltare le storture che dalla burocrazia alla giustizia, passando per scuola, università e lavoro, affliggono l’Italia. Il Presidente della Repubblica può benissimo farlo qualcun altro (o ancora meglio qualcun’altra), mentre aspettiamo che la parte politicamente competente del nostro Paese proponga una riforma unicamerale e magari anche semi presidenzialista. Per esempio, ci sarebbe la davvero ghiotta occasione di dare il giusto spazio a una fine giurista, già Presidente della Corte Costituzionale e attuale Ministro della Giustizia, invece di coltivare le speranze di qualche politico proveniente dal passato.

Il secondo versante è che la storia del Belpaese non cambia. Ci vuole “il salvatore” al comando, l’uomo solo, quello bravo, quello di cui tutti ci dobbiamo fidare. È stato così in passato, lo è ancora. Oggi anche peggio: il diretto interessato lo sa e sulla base di questa consapevolezza si spende per garantire per noi. Il che suona anche come “so che gli Italiani non sono capaci, non lo sarebbero nemmeno altri politici ma, per fortuna, ci sono qua io, fidatevi”. Su questo non c’è molto da scrivere. Si può insistere a sperare che un giorno le cose cambino, che acquisiremo una maturità politica diversa.

Quel giorno sparirebbero i Rosari dai comizi, le mascherine con le bandiere e “l’eccellenza di luogo”.
Quel giorno, forse, per tranquillizzare chi dovesse darci tante risorse (ammesso che fosse ancora necessario tranquillizzare qualcuno), sarà meno umiliante sentire che l’Europa si fida dell’Italia e non del suo Presidente del Consiglio pro tempore.

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Un pensiero su “Don’t worry Ursula, I’ll be on charge.”
  1. Valutazione e proposte perfette. Questo quello che l’Italia e gli italiani dovrebbero fare per diventare una nazione normale ed essere apprezzata per tutto quello che è. Purtroppo credo che questo lo pensi un’esigua minoranza e che dovremo assistere a ben altro.

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