Beppe Grillo si è sentito in diritto di dare una lettura dei fatti personali di suo figlio, a beneficio della buona fede che egli presume e della benevolenza di cui lo ritiene capace.

Fintanto che una sentenza passata in giudicato non metterà l’ultima parola giuridicamente rilevante sull’argomento, è forse il caso di sottolineare che l’uscita dell’«Illuminato» ha fatto quattro danni diretti e implacabili, tutti molto grossi.

Primo dànno: al figlio, il quale vede in cotanto padre ingombrante una figura che si arroga il diritto di giudicarlo, apostrofarlo e giustificarlo, peraltro dando pubblica evidenza di un video che ha ripreso i rapporti sessuali intercorsi e fornendo ulteriori elementi di accusa per la sensibilità del materiale girato.

Secondo dànno: alla presunta vittima, la quale deve sopportare anche lo stigma della stratega approfittatrice dal ripensamento “ritardato”, da ragazza facile consenziente, riportando in auge un cliché di circa 50 anni fa, oltre a patire i postumi psicologici e forse fisici della violenza subita, se i fatti saranno dimostrati conformi alla denuncia.

Terzo dànno: a sé stesso come leader politico, per la concezione latino-americana, populista e individualista dell’assoluzione di massa preventiva rispetto a quella giuridica che, d’altra parte, non sembra esser rilevante per chi apostrofa una denuncia tardiva come certamente fasulla pre-ponendo il proprio metro di giudizio ai termini stabiliti dalla legge (e peraltro votati anche dal suo movimento).

Quarto dànno: al Movimento 5 stelle, per aver rinnegato in un colpo solo la sinergica unione di tutti i contenuti oggetto delle maratone del “vaffa”, quando egli stesso sembrava non poterne più di regole e leggi aggiustate per garantire “i potenti”, la cosiddetta “casta” e ora, invece, chiede con uno sforzo plastico pseudo teatrale di farsi arrestare al posto del figlio, quasi che ci fosse da svelare un disegno criminogeno costituito da avversari politici che vogliono imbrigliarlo. No, non si sta parlando di Berlusconi e di Forza Italia (che a questo punto andrebbero quanto meno risarciti in termini di attacchi pentastellati subìti sul “versante dignità”); si sta parlando di chi, presentandosi come l’emblema della purezza politica e intellettuale ha captato il consenso di tanta povera gente che si è fidata di ciò che oggi appare come una menzogna.

È doveroso essere chiari. Un padre, comprensibilmente, si farebbe fare di tutto per un figlio. Questo va rispettato. Farne una sceneggiata per smorzare gli eventi e la rilevanza (politica di rimbalzo) di possibili esiti avversi è altamente deprecabile e fornisce una misura del disprezzo verso tutti gli altri, ritenuti talmente stupidi da poterci cascare.

Improvvisamente si vede, a tutto tondo, il traguardo a cui il movimento ambiva nelle mire del suo inventore: uno stadio di torpore inconsapevole della coscienza dei cittadini, per il quale ogni tema passabile tramite il convincimento mediatico non necessiti di regole di gestione. Non serve un processo, basta il padre che spiega “al pubblico”. Non occorre la legge, basta una carica dello Stato che spiega ai cittadini. Non occorre una regola fissata e sorvegliata perché uguale per tutti, basta un illuminato che spiega perché per lui non si applica.

In un colpo solo, la strada verso la dittatura diviene avvolgente, quasi ammaliante. Basta fidarsi e tutto pare comodo. Basta contestare le regole, cambiarle, adattarle, nell’esaltazione del potere dispositivo di un individuo (e della sua cerchia) “particolare” e decidere che la verità non merita alcuna attenzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.