Quella che vi racconterò è una storia vera della quale ho cambiato soltanto il nome del protagonista perché mi sembra giusto proteggerne l’identità e la sfera privata. Il resto, però, per il senso di giustizia che mi muove e per la commozione che ha suscitato in me il racconto, nonché per le ripercussioni di ordine sociale, politico e – soprattutto – morale, non può non essere raccontato.

Hasani (nome di fantasia) è un giovane nigeriano, nero come il carbone, che, più o meno cinque anni fa, tra mille avventure e mille volte mille sofferenze, arriva in Italia. È un nigeriano, parla a stento l’inglese e conosce (o gli fanno conoscere) solo suoi connazionali, per cui approfitta dell’ospitalità di altri nigeriani per avere un tetto sopra la testa ed un letto dove passare le sue notti, inconsapevole delle attività delle persone con le quali divide le mura del suo sporco alloggio.

Hasani, nel corso di una operazione di polizia, è stato tratto in arresto insieme agli altri forse per spaccio di sostanze stupefacenti o per qualche altro reato, nonostante si sia sempre dichiarato innocente. È stato incarcerato e in quel carcere (prima a Catania e poi a Caltanissetta) c’ha passato ben tre anni, tre anni della sua giovane vita. Durante la detenzione, però, qualcosa è andato storto: forse a causa delle sue vicissitudini durante il lungo viaggio che dalla Nigeria l’ha portato in Italia, forse per un incidente, non lo sappiamo bene, ha iniziato a sviluppare una grave infezione alla gamba; un’infezione che, nel tempo e a causa della superficialità di chi ha gestito questo ragazzo, è diventata sempre più grave. Tecnicamente queste infezioni si chiamano fasciti necrotizzanti; alla moltitudine di chi legge è più confidente il termine di gangrena ed è una situazione gravissima. Nonostante la febbre, nonostante il dolore, nonostante la limitazione delle più elementari funzioni fisiche, quali il camminare, Hasani è stato lasciato nel suo dolore, nella sua impossibilità a muovere un passo, nella sua febbre, con la sua gamba che giorno dopo giorno è diventata inguardabile, marcia e puzzolente. Quando Hasani è arrivato in ospedale era già troppo tardi per le terapie “conservative” e la sua gamba, ormai marcia e irrecuperabile, è finita in un contenitore per rifiuti speciali, smaltita in un inceneritore assieme alle garze e agli stracci della sala operatoria. Hasani la gamba non ce l’ha più, è stato amputato sotto al ginocchio e oggi, dopo l’impegno incredibile della associazione di volontariato che l’ha preso in carico che ha superato incredibili ostacoli burocratici, finalmente ha una protesi che gli consente di camminare come uno qualsiasi dei suoi coetanei; dei suoi coetanei bianchi.

Ma non è tutto. Hasani, dopo essere stato sbattuto in galera, è stato finalmente giudicato innocente per non avere commesso alcun reato ed è stato finalmente scarcerato. Senza la sua gamba, senza la possibilità di trovare un qualsiasi lavoro che, normalmente, un immigrato svolge nei nostri territori. Non potrà raccogliere i pomodori né le arance, non potrà fare il muratore o l’operaio perché è fisicamente inadeguato a tutti i lavori che la nostra bella e pulita società mette a disposizione di un nero.

Hasani è stato vittima incolpevole di una giustizia non giusta, che giudica pregiudizievolmente gli imputati sulla base del colore della pelle e delle circostanze; Hasani è stato vittima di un sistema giudiziario forcaiolo che intanto ti sbatte in galera e poi si vedrà; Hasani è stato vittima di un sistema carcerario sovraffollato di donne e uomini che marciscono in attesa di essere giudicati; Hasani è stato giudicato colpevole prima ancora di essere sottoposto a un giudizio equilibrato per il solo fatto di essere stato trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato e per il fatto di essere nero, africano, nigeriano.

Nel 1976 Francesco Guccini ha inciso la canzone «Piccola storia ignobile», nella quale ha raccontato di un evento, una gravidanza incidentale, oggetto di scandalo in quegli anni ancora dominati dal perbenismo e dal bigottismo di un ceto medio italiano, succube della visione dogmatica di certe ortodossie. La storia che vi ho raccontato è ignobile almeno quanto quella raccontata da Guccini, commuove e suscita rabbia perché non è più possibile restare silenti davanti a tanta ingiustizia.

Credo che tutti noi dovremmo implorare il perdono di Hasani, chiedergli scusa per l’ingiustizia che ha dovuto subire per il solo fatto di essere nero, di essere africano, di essere nigeriano. Io lo faccio in questo modo, raccontando la sua storia. Lo faccio con sincera commozione. Lo faccio, tuttavia, nella consapevolezza che, ultimata la lettura di questa triste vicenda, un po’ tutti continueranno a vedere in Hasani (e in quelli come lui) un nero, un africano, un nigeriano, un diverso, dunque un potenziale criminale, senza neanche sforzarsi di vedere che dietro quella pelle scura c’è un uomo con le sue sofferenze.

Perdonaci Hasani!

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