La giornata di ieri, 13 agosto, è stata per me particolarmente densa di confronto dialettico, quel confronto che è motivo e impulso alla crescita culturale e ideale di ognuno di noi. Di argomento in argomento, con il mio dotto interlocutore, siamo arrivati alla questione giustizia (lui è un avvocato di quelli che sanno fare le arringhe in Tribunale, io un medico di un piccolo ma organizzato ospedale che conosce di giustizia quel poco che basta per poterne parlare davanti a un caffè). Abbiamo ripercorso pezzi di storia delle recenti e meno recenti vicende giudiziarie, a partire da Mani Pulite e, per quanto strano possa apparire, entrambi siamo stati in grado di ricordare pressoché tutti i nomi dei magistrati della Magistratura Inquirente (da Davigo a Borrelli, da Colombo a Boccassini a Woodcock), ma nessuno di noi due ha ricordato un solo nome di un magistrato che abbia alla fine scritto i decreti di condanna o assoluzione degli imputati, nessuno di noi due è stato in grado di fare il nome di un Giudice della Magistratura Giudicante.
Mi sono ricordato di questo particolare ritaglio della lunga conversazione avuta ieri quando stamattina ho letto alcuni articoli sulla riforma Bonafede: io non ho gli strumenti culturali per poter dire se sia buona o cattiva (a naso mi sembra cattiva, ma forse lo dico pregiudizievolmente), né li ho per poter dire se sia giusta o meno la separazione delle carriere dei magistrati (tra Inquirente e Giudicante); riesco, però, a intuire che il fattore discriminante, tanto nell’aspetto istruttorio quanto in quello di giudizio, risieda nella natura umana. Il furto è reato, ma se rubo per sfamare i miei figli posso essere giudicato come chi ruba per pagarsi lo smartphone di ultima generazione? Forse no; eppure sempre di furto parliamo. Tuttavia il punto non è nemmeno questo (a proposito di natura umana). Perché nessuno ricorda a menadito il nome di un Magistrato Giudicante?
Si dice che il culto della personalità, l’egocentrismo, l’egolatria, la vanità, infine, siano il peggiore dei mali della società moderna in cui viviamo: se nessuno ascolta ciò che dico, se i media non parlano della mia opera, se il mio nome non compare sui giornali a cosa servono le cose che dico, che scrivo? Chi si ricorderà un giorno della mia opera, del contributo che potrò avere dato per migliorare (o cercare di migliorare) la società in cui vivo? Mi rendo conto, allora, che uno dei problemi della giustizia italiana (non il solo, per carità!) è l’enorme pubblicità mediatica che si dà a qualsiasi avvio di istruttoria; e più la persona sulla quale si avvia l’indagine è importante, più il magistrato inquirente responsabile del procedimento è celebrato sui mezzi di informazione. Poi, nel comune sentire, per devianza dell’interpretazione giuridica, l’indagato diventa automaticamente colpevole. Eppure, nel nostro ordinamento giuridico – credo – tutti i procedimenti d’indagine sono coperti dal segreto istruttorio e – credo – i nomi dei soggetti sottoposti a indagine dovrebbero mantenersi secretati. Ciononostante, nonostante le garanzie della norma, puntualmente, all’avvio di una indagine, i nomi degli indagati, soprattutto se indagati a elevato peso specifico, trovano sempre una strada per raggiungere le prime pagine dei giornali.
Mi chiedo, e – naturalmente lo chiedo a chi mastica meglio di me codici e procedure – ma non sarebbe sufficiente a garanzia di tutti rendere responsabile e punibile (per esempio con la sospensione) il magistrato titolare dell’inchiesta nel caso di qualsiasi “fuga” di notizia a prescindere dalla strada che la notizia trova per arrivare alle prime pagine dei giornali? Un provvedimento del genere non renderebbe un servizio alla comunità più di una inutile gogna mediatica?