La rete ospedaliera siciliana è stata bocciata.
Ma il problema è più profondo: più presìdi per raccogliere voti, meno ospedali capaci di curare davvero.
Per analizzare la recente bocciatura della rete ospedaliera siciliana ho scelto di utilizzare un metodo preciso: la parresia. È un termine di origine greca che indica il dire il vero senza attenuarlo, anche quando è scomodo, anche quando espone a critiche. Non è provocazione, è responsabilità. Ed è l’unico modo serio per affrontare un problema che, da troppo tempo, viene aggirato.
Partiamo da un dato che da solo basterebbe a inquadrare il problema. In Sicilia esistono circa 70 ospedali, molti dei quali di dimensioni ridotte e pressoché tutti con Pronto Soccorso. Il Veneto, con una popolazione simile e un territorio non così diverso per estensione, complessità ed orografia, ne ha poco più di venti, tutti di dimensioni medio-grandi. Non è una differenza casuale, è una scelta. Lì si è deciso di concentrare risorse, qui si è deciso di disperderle.
E la dispersione non è neutra. Quando spalmi personale, tecnologie e competenze su decine di strutture, il risultato non è un sistema più equo, ma un sistema più debole. Ospedali che non riescono a garantire coperture adeguate, reparti che non raggiungono volumi sufficienti, pronto soccorso che esistono sulla carta ma faticano a reggere nella pratica. Nel frattempo, i grandi ospedali – quelli che dovrebbero reggere l’urto della complessità – vengono svuotati, perché le risorse (umane e finanziarie) vengono distribuite altrove per tenere in piedi tutto.
Questo modello non nasce oggi e non ha un solo responsabile. Sarebbe troppo comodo prendersela con l’attuale governo regionale, che pure ha limiti evidenti. Il punto è che questo schema è stato costruito e difeso nel tempo da amministrazioni diverse, con colori politici diversi, ma con una logica sorprendentemente costante. Mantenere strutture inefficienti perché chiuderle costa voti.
Nel mio libro del 2022, “SSN, Game Over”, ho raccontato diversi episodi che rendono questo meccanismo quasi imbarazzante nella sua evidenza. Nel nuovo “SSN 4.0”, scendo ancora meglio nell’analisi del fenomeno, inquadrandolo in termini di cattiva politica sanitaria.
Piazza Armerina, in provincia di Enna, è uno di questi. Un ospedale difeso con toni accesi, quasi ideologici. Presidio “intoccabile”, simbolo del territorio, bandiera da sventolare in campagna elettorale. Poi, però, arriva il momento della verità, quello in cui la salute non è più uno slogan ma un fatto personale. E lì la coerenza si sgretola. Non è raro, infatti, vedere gli stessi esponenti politici che difendono pubblicamente questi presìdi scegliere, quando si tratta della propria salute, di farsi curare in grandi ospedali, spesso lontani dal territorio che dichiarano di voler tutelare.
Non è un dettaglio, è una fotografia politica. Pubblicamente si difende un modello che privatamente si evita. E allora la domanda diventa inevitabile. Se non lo consideri adeguato quando si tratta della tua salute, perché dovrebbe esserlo per quella dei cittadini?
Qui non siamo davanti a un errore, ma a un comportamento. Difendere strutture che non useresti nemmeno per te stesso significa una cosa sola. Il criterio non è la qualità delle cure, è il ritorno elettorale.
La vicenda di Ribera, in provincia di Agrigento, è ancora più esplicita, perché mostra cosa succede quando qualcuno prova a immaginare un cambiamento e, temerariamente, a proporlo. In quel contesto ho proposto una soluzione semplice, quasi banale nella sua logica. Spostare un’alta specialità come le Malattie Infettive, che al tempo dirigevo, in un ospedale grande e centrale, dove potesse lavorare davvero, e trasformare Ribera in un centro specialistico regionale per patologie ad alta diffusività. Non chiudere, ma dare un ruolo. Non togliere, ma qualificare.
Le interlocuzioni ci sono state. Dirigenti, assessorato, commissione sanità. Tutti hanno capito. Nessuno ha avuto il coraggio di decidere. Le risposte erano sempre le stesse, cambiano le parole ma il senso resta. “Ha ragione, ma non si può fare”. Non si può fare perché il territorio non capirebbe. Non si può fare perché qualcuno perderebbe consenso.
Tradotto in modo meno elegante, non si può fare perché non porta voti, anzi li fa perdere.
Questo è il punto che bisogna avere il coraggio di dire. Non siamo di fronte a incompetenza diffusa. Siamo di fronte a una politica locale spesso di livello modestissimo, che preferisce conservare equilibri fragili pur di non esporsi. Una politica che scambia la sanità per uno strumento di consenso e che, così facendo, produce un danno sistemico.
E gli esempi non finiscono qui. La riapertura del Pronto Soccorso di Giarre, in provincia di Catania, si inserisce perfettamente in questa logica. Una scelta rivendicata politicamente come risposta al territorio, ma difficilmente sostenibile sul piano organizzativo, se si considera la presenza, in un raggio di pochi chilometri, di altri ospedali già strutturati. In queste condizioni il rischio non è rafforzare l’offerta, ma frammentarla ulteriormente.
Lo stesso vale per quei presìdi che contano un numero esiguo di posti letto complessivo, talvolta poche decine (se non sotto la decina!), e che tuttavia mantengono i Pronto Soccorso. Strutture che, per definizione, non possono garantire tutte le specialità necessarie a gestire un’emergenza in sicurezza. Eppure, restano aperte, perché chiuderle sarebbe impopolare.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Pronto soccorso che diventano punti di transito, dove si stabilizza e si trasferisce. Tempo perso, rischio aumentato, risorse sprecate. Ma politicamente “esistono”, e questo sembra bastare.
I numeri della mobilità sanitaria sono la conseguenza più evidente di questo modello. La Sicilia registra ogni anno un saldo negativo superiore ai 200 milioni di euro, con stime recenti che superano i 240 milioni annui verso altre Regioni. Non si tratta solo di interventi ad altissima complessità. Una quota rilevante riguarda prestazioni che, in un sistema meglio organizzato, potrebbero essere erogate sul territorio regionale.
Questo è il dato più duro. I cittadini non scappano solo per il “grande intervento”. Scappano perché non si fidano.
E ogni paziente che va via non è solo una storia individuale. È una risorsa che si sposta, un’esperienza che si perde, un sistema che si indebolisce ancora di più. Nel frattempo, le Regioni che hanno scelto di concentrare e organizzare, come il Veneto, l’Emilia-Romagna, la Toscana rafforzano la loro capacità attrattiva. Più pazienti arrivano, più risorse entrano, più il sistema cresce.
In Sicilia succede il contrario. Più si disperde, più si perde. E più si perde, più si continua a difendere l’esistente per paura di perdere ancora.
C’è chi obietta che chiudere o riconvertire i piccoli ospedali significherebbe abbandonare i territori. È un’obiezione seria, ma va portata fino in fondo. Perché tra un ospedale vicino ma incompleto e uno più distante ma capace di curarti davvero, la scelta reale i cittadini la fanno già. E la fanno quando prendono un treno, un aereo, un’auto e vanno altrove per intraprendere i viaggi della speranza.
La verità, detta senza filtri, è che la Sicilia non soffre solo di carenza di risorse. Soffre soprattutto di una cattiva allocazione delle risorse, che si intreccia con altri fattori organizzativi e strutturali ma che resta uno dei nodi centrali del problema.
Se si vuole uscire da questa impasse, la strada non è la chiusura indiscriminata, che sarebbe facilmente attaccabile e politicamente sterile. La strada è una riconversione seria, pianificata e soprattutto spiegata.
I piccoli presìdi non devono scomparire, devono cambiare funzione. Devono diventare strutture a bassa intensità di cura, dedicate alla gestione delle cronicità, delle lungodegenze, della riabilitazione, soprattutto dei percorsi post-acuti. In altre parole, devono assorbire quella quota enorme di pazienti che oggi occupa impropriamente i posti letto degli ospedali più grandi, rallentandone l’attività e aumentando le liste d’attesa. Non è un declassamento, è una specializzazione diversa, che risponde a un bisogno reale e crescente.
Parallelamente, gli ospedali maggiori devono essere messi nelle condizioni di fare ciò per cui esistono. Gestire l’urgenza, la complessità, le alte specialità. Questo significa concentrare lì personale, tecnologie e competenze, evitando la frammentazione attuale. Significa anche ridurre la duplicazione delle unità operative. Non ha alcun senso mantenere reparti identici a pochi chilometri di distanza se nessuno dei due raggiunge volumi adeguati.
Per rendere possibile questa trasformazione è necessario superare l’attuale modello delle Aziende Sanitarie Provinciali, che tiene insieme in modo confuso sanità territoriale e sanità ospedaliera. Sono due funzioni diverse, con logiche diverse, che richiedono organizzazioni diverse. Continuare a tenerle unite significa, di fatto, indebolirle entrambe.
Serve invece una rete di ospedali riuniti, costruita su base funzionale e non amministrativa. Presìdi collegati tra loro, con missioni chiare e complementari, senza sovrapposizioni inutili. Un sistema in cui il paziente venga indirizzato fin dall’inizio verso la struttura più adatta, e non semplicemente verso quella più vicina.
Accanto a questo, va ripensata anche la gestione dell’emergenza. I pronto soccorso devono essere in numero sufficiente, ma non dappertutto; soprattutto devono essere realmente attrezzati, con tutte le specialità necessarie disponibili per la gestione delle vere urgenze ed emergenze. Continuare a moltiplicare punti di accesso senza dotarli di adeguato supporto significa aumentare il rischio, non ridurlo.
Questa non è una proposta punitiva. Non toglie servizi, li rende utilizzabili. Non penalizza i territori, li inserisce in una rete più solida. E soprattutto non richiede necessariamente più risorse complessive, ma una riallocazione più razionale e una programmazione coerente di quelle già disponibili.
Finché il criterio resterà quello attuale, mantenere tutto per non scontentare nessuno, per non rischiare di “perdere voti”, il risultato sarà sempre lo stesso. Tanti ospedali, poca sanità. E sempre più pazienti costretti a cercare altrove ciò che, qui, non siamo stati capaci – o non abbiamo avuto il coraggio – di organizzare.
E c’è un ultimo punto, in chiusura, che merita di essere detto con chiarezza. Questa bocciatura non è un terreno di scontro politico. Non può esserlo. Perché il modello che l’ha prodotta non appartiene a una stagione o a uno schieramento, ma a un modo di governare che si è consolidato nel tempo.
Chi oggi prova a usarla contro qualcun altro, in realtà, sta parlando anche di sé.
Ed è proprio questo il problema. Finché nessuno sarà disposto ad assumersi fino in fondo la responsabilità di cambiare davvero, nulla cambierà.