Quando la ricerca del consenso diventa il criterio principale, la politica smette di scegliere.
E senza scelte, non c’è direzione
Giuseppe Conte è stato spesso raccontato come l’uomo della sobrietà istituzionale, del tono misurato, del profilo rassicurante. Ma proprio qui sta uno dei problemi maggiori della sua parabola politica: dietro quella compostezza si è costruito un modello di governo che ha dato spesso l’impressione di amministrare il consenso più che i problemi. E non è un caso se Beppe Grillo, spiegando anni dopo perché lo avesse scelto, lo descrisse con una franchezza quasi crudele dicendo che era “un bell’uomo”, parlava inglese, “parlava e si capiva poco” ed era quindi “perfetto per la politica”. È una battuta, certo, ma è anche una diagnosi. Conte è stato scelto non perché incarnasse una visione forte, ma perché era la forma elegante di una politica che preferiva l’ambiguità alla chiarezza.
Il punto, allora, non è difenderlo né attaccarlo per partito preso. Il punto è guardare ai fatti senza lasciarsi trascinare né dalle caricature né dalle assoluzioni. E i fatti, se letti con un minimo di rigore, dicono che i suoi governi hanno speso (anche se sarebbe più corretto dire sprecato) enormi quantità di denaro pubblico spesso senza lasciare dietro di sé risultati proporzionati. Non serve nemmeno gonfiare i numeri, perché quelli reali bastano già a costruire una critica severa.
L’App Immuni, per esempio, doveva diventare uno degli strumenti centrali del tracciamento durante la pandemia. Alla fine è rimasta soprattutto il simbolo di una promessa non mantenuta: molto racconto, utilità limitata, ruolo marginale nella gestione concreta dell’emergenza. I banchi a rotelle hanno seguito la stessa traiettoria, con una spesa nell’ordine dei trecento milioni e con un risultato che, al di là della propaganda iniziale, si è rapidamente trasformato in un emblema di risposta scenografica a un problema serio. Il bonus vacanze, con uno stanziamento di circa 2,4 miliardi, è rimasto largamente sotto le aspettative, e il bonus monopattino, inizialmente fissato a 200 milioni, ha rappresentato più una bandierina ideologica che una misura strutturale.
Il cashback merita un discorso a parte, perché racconta bene il metodo Conte. L’idea era semplice, mediaticamente efficace, facile da vendere: premiare i pagamenti elettronici, mostrare un volto moderno, suggerire persino una lotta indiretta all’evasione. Ma quando una misura arriva a pesare per miliardi, il punto non è più se “suona bene”, bensì se regge nel rapporto tra costo e beneficio. E in quel caso il conto è stato molto pesante, mentre i risultati strutturali sono rimasti assai meno impressionanti della narrazione che li accompagnava. La Corte dei conti ha ricondotto il programma a un onere di diversi miliardi nel triennio, con 4,6 miliardi solo nel 2023 per le misure di sostegno ai consumi che includevano anche il cashback, e in un altro referto ha richiamato l’enorme volume di transazioni generate dal programma senza che questo bastasse, da solo, a dimostrarne l’efficacia strutturale.
E poi c’è il reddito di cittadinanza, che non può essere taciuto, perché è probabilmente il provvedimento che più di ogni altro definisce quella stagione. Qui bisogna evitare sia la polemica grossolana sia il trucco opposto, quello di minimizzare. Il decreto istitutivo autorizzava già circa 5,9 miliardi per il 2019, 7,2 per il 2020 e 7,4 per il 2021, con un livello di spesa poi stabilizzato su cifre molto elevate; i dati INPS mostrano inoltre che nel solo 2023 i nuclei percettori di almeno una mensilità sono stati oltre 1,36 milioni, con quasi 2,9 milioni di persone coinvolte. Dire quindi che la misura abbia assorbito, nel suo ciclo iniziale, un ordine di grandezza intorno ai 30 miliardi non è assurdo; dire però che quei 30 miliardi siano tutti e soltanto “colpa” dei 988 giorni di Conte è una forzatura polemica. Ma la sostanza politica non cambia: Conte ha legato il proprio profilo pubblico a una misura costosissima, identitaria, molto spendibile sul piano simbolico e assai più controversa su quello dell’efficacia sociale e occupazionale.
A questa logica si aggiunge un ulteriore tassello che merita di essere guardato senza indulgenze: il Superbonus 110%. Qui non siamo più nel campo dei milioni o dei singoli miliardi, ma in quello delle cifre che cambiano gli equilibri complessivi della finanza pubblica. La misura nasce con un obiettivo condivisibile — rilanciare l’edilizia e migliorare l’efficienza energetica — ma viene costruita con una generosità estrema e, soprattutto nella fase iniziale, con controlli insufficienti. Il risultato è stato un effetto espansivo fuori scala, con costi che nel tempo sono cresciuti ben oltre le previsioni, arrivando a livelli che hanno imposto correzioni successive pesanti. Non si tratta solo di una misura costosa; si tratta di un meccanismo che ha mostrato una debolezza strutturale nella progettazione, e quindi nella capacità di governo.
C’è però un aspetto ancora più sottile, e per certi versi più rivelatore, che merita attenzione. Il credito fiscale su cui si fondava il Superbonus non era semplicemente un incentivo: nel modo in cui è stato costruito ha finito per funzionare, di fatto, come uno strumento quasi-monetario. Era cedibile, trasferibile, scambiabile tra privati e intermediari, accettato all’interno di intere filiere come forma di pagamento differito. In altre parole, non era più solo una detrazione: diventava valore che circolava. Ed è qui che la questione si sposta dal piano tecnico a quello politico. Perché immettere nel sistema una massa così ampia di crediti, garantiti dallo Stato e utilizzabili nel tempo, equivale a creare una forma di liquidità indiretta senza avere, almeno inizialmente, un controllo pieno né sulla quantità né sui percorsi di circolazione.
Nella prima fase questo meccanismo ha prodotto un effetto quasi euforico: cantieri che si moltiplicavano, domanda che cresceva rapidamente, un’intera filiera che si alimentava su quella nuova “moneta fiscale”. Ma proprio questa apparente fluidità nascondeva il problema. Quando i crediti hanno iniziato ad accumularsi e il sistema bancario ha ridotto la capacità di assorbirli, il circuito si è inceppato. Sono emerse frodi, blocchi operativi, distorsioni nei prezzi. E soprattutto è diventato evidente che quei crediti non erano un’astrazione contabile, ma impegni reali per lo Stato, spesa pubblica già generata e semplicemente rinviata nel tempo.
Ed è qui che la critica deve diventare più netta. Perché il problema di Conte non è solo aver promosso misure costose. È aver governato quasi sempre nello stesso modo: distribuendo, compensando, tamponando, annunciando. Una politica di incentivi, bonus, rimborsi, strumenti frammentati, spesso pensati per produrre un effetto immediato nella percezione pubblica più che una correzione durevole dei meccanismi profondi. Questa non è semplificazione polemica; è il tratto ricorrente di quella stagione.
A rendere il quadro ancora più problematico contribuisce, poi, un episodio che va oltre la dimensione economica e tocca quella geopolitica, segnato dall’arrivo, nei mesi più duri della pandemia, dei convogli militari russi sul territorio italiano. Formalmente si trattava di una missione di aiuto sanitario. Nella sostanza, è stata una presenza altamente simbolica e politicamente significativa, gestita in modo quantomeno disinvolto. In un momento in cui altri Paesi europei mantenevano un profilo più cauto, l’Italia ha aperto le proprie infrastrutture a una operazione guidata da un attore — la Russia di Putin — che non agisce mai in modo neutrale sul piano strategico.
Non si tratta di sostenere, in assenza di prove, che vi siano stati rapporti impropri o finanziamenti occulti. Sarebbe una forzatura che indebolirebbe qualsiasi analisi seria. Ma è altrettanto difficile ignorare che quella scelta abbia alimentato un’area di ambiguità politica mai del tutto chiarita. In geopolitica, le percezioni contano quanto i fatti, e in quel frangente la percezione è stata quella di un governo disponibile a concedere spazio e visibilità a una potenza che, già allora, utilizzava sistematicamente anche gli aiuti come strumento di influenza.
Questa ambiguità, del resto, non resta confinata a quell’episodio. Negli anni successivi, la linea politica di Conte e del Movimento 5 Stelle sugli equilibri internazionali, e in particolare sul conflitto in Ucraina, ha mostrato una costante difficoltà a mantenere una posizione netta e coerente con il perimetro euro-atlantico. La contrarietà, più volte ribadita, all’invio di aiuti militari a Kiev viene presentata come scelta “di pace”, ma nei fatti produce l’effetto preciso di indebolire il sostegno a un Paese aggredito e, indirettamente, avvantaggia la posizione russa.
È legittimo sostenere che l’Italia debba privilegiare la via diplomatica. È una posizione politica discutibile, ma difendibile. Diventa meno lineare, però, se inserita in una traiettoria che parte da una gestione disinvolta della presenza russa sul territorio nazionale durante la pandemia e arriva a una linea politica che, nei momenti cruciali, tende a ridurre il supporto a chi quell’aggressione la sta subendo. Non è una prova di allineamento. Ma è una sequenza che alimenta interrogativi.
E in politica, soprattutto quando si parla di rapporti internazionali, gli interrogativi non sono mai neutri. Perché anche senza elementi formali che dimostrino relazioni improprie, resta un dato più sottile ma non meno rilevante: una continuità di atteggiamento che finisce per collocare Conte e il suo campo politico in una posizione oggettivamente ambigua rispetto a uno dei principali snodi geopolitici degli ultimi anni. Ed è proprio questa ambiguità, più ancora delle singole scelte, a rappresentare il vero punto critico.
Naturalmente esiste una contro-argomentazione, e sarebbe poco serio ignorarla. Conte ha governato in una fase eccezionale, segnata dalla pandemia e da una crisi economica violentissima. In quelle condizioni, una parte della spesa straordinaria era inevitabile. Vero. Ma proprio perché il contesto era straordinario sarebbe servita una gerarchia più rigorosa delle priorità, una maggiore selettività, una capacità più netta di distinguere ciò che era urgente da ciò che era soltanto visibile. Invece troppe volte si è preferita la misura che facesse notizia a quella che lasciasse struttura.
È per questo che l’opposizione a Conte, se vuole essere seria, non deve ridursi alla caricatura del “tutto sbagliato, tutto rubato”. Sarebbe troppo facile, e infatti non reggerebbe. La critica più fondata è che Conte ha incarnato una politica che ha speso moltissimo senza costruire una direzione altrettanto chiara. Ha dato al Paese l’illusione del movimento continuo, ma spesso si è trattato di movimento senza traiettoria. E quando un governo confonde la spesa con la strategia, il consenso con la soluzione, il tono rassicurante con la qualità della guida, il conto alla fine non lo paga il leader, ma lo paga il Paese.
Ed è proprio qui che la questione smette di riguardare solo Conte e diventa inevitabilmente politica nel senso più ampio. Perché se questo è il modello, allora la scelta di chi decide di allearsi stabilmente con quel modello non è neutra. Il Partito Democratico, nel momento in cui consolida un asse con il Movimento 5 Stelle, non sta semplicemente costruendo un’alleanza elettorale, ma sta accettando, almeno in parte, quella stessa impostazione fatta di ambiguità, di politiche redistributive poco selettive, di scelte che privilegiano il consenso immediato rispetto alla sostenibilità.
È una scelta legittima, ma è una scelta rischiosa. Perché se il problema non è il singolo errore ma il metodo, allora quel metodo — se assunto come base di governo — rischia di produrre gli stessi effetti su scala più ampia. E quando si costruisce una proposta politica senza una direzione chiara, confidando che la somma delle misure basti a tenere insieme il sistema, il rischio non è solo quello di non risolvere i problemi. È quello di portarli fino al punto di rottura.
In altre parole, non si tratta di stabilire se l’alleanza sia conveniente oggi. Si tratta di capire dove conduce domani. Perché una politica che si regge sull’equilibrio tra ambiguità e consenso può anche reggere nel breve periodo. Ma nel lungo, se non cambia struttura, finisce per perdere controllo. E quando un sistema politico perde controllo, non si limita a rallentare. Va a sbattere.