E se quel comportamento di Trump non fosse un tratto caratteriale, ma qualcosa di più?

Ho trascorso trent’anni nei reparti di Malattie Infettive a diagnosticare malattie che si nascondono, che sembrano altro, che presentano sintomi confusi o sfumati. La sifilide, tra tutte, più di qualsiasi altra patologia, può insegnare cosa significhi non fidarsi dell’ovvio — perché il Treponema pallidum mente per mestiere, cambia faccia, si mimetizza, sparisce e torna. Molti la chiamano ancora “il grande impostore“, e non è un soprannome affettuoso, ma un avvertimento. Una malattia capace di mimare quasi tutto, dall’ictus alla psicosi, dalla semplice irritabilità al collasso cognitivo progressivo.

Quando nel 2017 il dottor Steven Beutler pubblicò sulla New Republic la sua ipotesi sul comportamento di Donald Trump (A Medical Theory for Donald Trump’s Bizarre Behavior), la mia prima reazione non fu di scandalo. Fu di riconoscimento clinico. Chiunque abbia potuto osservare casi di neurosifilide sa che il quadro prodromico — grandiosità, disinibizione, impulsività, erosione progressiva del giudizio — può somigliare in modo inquietante a certi comportamenti molto ben descritti dalla letteratura scientifica. La seconda reazione, quella che conta, fu più fredda: un medico non diagnostica da lontano. Mai.

L’articolo di Beutler non era una diagnosi. Era, formalmente, una proposta di inserimento in quello che i clinici chiamano diagnosi differenziale: la lista dei possibili quadri patologici compatibili con i sintomi osservati. Beutler lo precisava con chiarezza, ma la distinzione andò persa nel rumore mediatico che seguì. E con essa andò perso qualcosa di più importante: il merito clinico dell’argomentazione.

Queste riflessioni nascono da quella tensione sospesa tra il riconoscimento e il rigore.

Il profilo clinico della neurosifilide: cosa dice davvero la letteratura

Prima di entrare nel merito della figura di Trump, è necessario stabilire con precisione cosa sia la neurosifilide e cosa no. Perché il rischio di questo tipo di analisi è usare la patologia come proiettile retorico, appiattendo una realtà clinica complessa su un bersaglio politico.

La neurosifilide è l’infezione del sistema nervoso centrale da parte del Treponema pallidum, il batterio che causa la sifilide. La forma tardiva — quella che qui ci interessa — colpisce il Sistema Nervoso Centrale e si manifesta tipicamente come tabes dorsalis o paralisi generale, nella media da 15 a 25 anni dopo l’infezione iniziale.

In stadio avanzato, la forma nota come “paralisi generale degli alienati” è caratterizzata da demenza progressiva con cambiamenti della personalità. Ma prima che la demenza diventi manifesta, la malattia attraversa una fase prodromica più sottile, e qui sta il punto che ha interessato Beutler e altri.

I pazienti nella fase precoce mostrano grandiosità crescente, accuse paranoiche, impulsività, disinibizione sessuale, perdita di empatia, spese sconsiderate, rabbia alle critiche. Solo in seguito emergono i sintomi neurologici veri e propri, caratterizzati da confusione, tremore, convulsioni, disturbi del linguaggio e infine demenza profonda.

Tra le manifestazioni psichiatriche documentate in pazienti con neurosifilide figurano disturbi della personalità, compromissione cognitiva, stato d’umore elevato, allucinazioni, mania e delirium.

È un quadro, a leggerlo, che suona familiare. Troppo familiare, verrebbe da dire — e qui comincia il problema.

Il rischio del pattern matching: quando la somiglianza non è prova

Il punto metodologico più importante di questa riflessione è anche il più scomodo da ammettere: la sovrapposizione di sintomi non è diagnosi. Non lo è mai!

I pazienti con neurosifilide accertata presentano iperattività, disturbi del sonno, deliri di grandiosità, compromissione delle funzioni cognitive, alterazione della memoria, disartria e incapacità di svolgere attività ordinarie. Questi stessi sintomi, tuttavia, sono compatibili con decine di altre condizioni: disturbo narcisistico di personalità, demenza frontotemporale, disturbo bipolare, e anche — ipotesi scivolosa ma presente in letteratura — con un semplice stile comunicativo calcolato per effetto politico.

L’analisi linguistica di oltre 21.000 tweet pubblicati da Trump in dieci anni mostra che il suo linguaggio ha almeno quattro stili che variano sistematicamente in funzione degli obiettivi comunicativi. Il cambiamento nel registro, spesso letto come decadimento cognitivo, potrebbe quindi essere in parte deliberato — o almeno funzionale.

Questo non significa che la neurosifilide vada esclusa. Significa che non può essere affermata sulla base di comportamenti osservabili da lontano.

Due semplici esami del sangue potrebbero rispondere alla domanda: se entrambi negativi, non c’è neurosifilide; se uno o entrambi positivi, sarebbe necessaria un’ulteriore valutazione, probabilmente compreso un esame del liquido cefalorachidiano. Senza questi test, ogni ragionamento rimane speculazione — per quanto intellettualmente stimolante.

L’esposizione plausibile: gli anni Ottanta e la “personal Vietnam”

Dove la tesi di Beutler acquista una sua coerenza interna è sul versante epidemiologico. Perché una neurosifilide richiede, a monte, un’infezione da sifilide non trattata — e qui il materiale dichiarato da Trump stesso offre elementi di riflessione.

Nel 1997, in un’intervista con Howard Stern, Trump descrisse la sua vita sessuale del decennio precedente con queste parole: “È un mondo pericoloso là fuori — è spaventoso, come il Vietnam. Una specie di era vietnamita. È il mio Vietnam personale. Mi sento un soldato grande e coraggiosissimo.”

L’immagine è involontariamente grottesca — paragonare il rischio di contrarre una malattia venerea alla guerra reale è il tipo di boutade che definisce un certo tipo di narcisismo — ma ha una rilevanza clinica concreta. I casi di sifilide erano in rapido aumento negli anni Ottanta, proprio il periodo di massima attività sessuale dichiarata da Trump.

La letteratura scientifica stima la probabilità che una sifilide non trattata si sviluppi in neurosifilide tra il 25 e il 40 percento. Non è una certezza, ma è un rischio clinicamente significativo — sufficiente a giustificare, sul piano metodologico, l’inserimento della condizione in un differenziale.

Il problema, naturalmente, è che Trump è noto per essere un germofobico dichiarato. Proprio questo aspetto del suo carattere farebbe pensare che avrebbe cercato trattamento immediato per qualsiasi sintomo della sifilide primaria o secondaria. È una contro-argomentazione solida, che Beutler stesso riconosce implicitamente. Tuttavia, va notato che la sifilide primaria può manifestarsi con ulcere indolori facilmente trascurabili, specie in localizzazioni difficili da osservare. Il germofobismo ossessivo e il mancato trattamento di una STD (Sexually Transmitted Diseases) non si escludono necessariamente, specie se le prime manifestazioni passano inosservate.

La disinibizione come carattere distintivo: il nodo del comportamento sessuale

Se la neurosifilide ha un tratto clinico che più degli altri risuona nell’osservazione del comportamento di Trump, è quello della disinibizione. Non la disinibizione intesa come semplice esuberanza o facilità di linguaggio, ma quella che i neurologi descrivono come erosione progressiva dei filtri inibitori frontali — la capacità del lobo prefrontale di modulare impulsi, tenere a freno affermazioni socialmente inappropriate, valutare le conseguenze delle proprie azioni.

La disinibizione come sintomo psichiatrico aumenta il rischio di comportamenti ad alto rischio e riduce la capacità del paziente di comprendere la gravità delle proprie azioni a causa del giudizio compromesso.

La vita sessuale di Trump — per usare un eufemismo benevolo — è documentata in modo straordinariamente dettagliato dalla sua stessa voce. Non da testimonianze ostili, non da ricostruzioni giornalistiche, ma dalle sue stesse parole, pronunciate con un’assenza di imbarazzo che ha dell’eccezionale per un individuo che ha sempre ambito alla vita pubblica.

In registrazioni raccolte da CNN coprendo diciassette anni di apparizioni al programma di Howard Stern, Trump discute con esplicita disinvoltura della propria vita sessuale, dei corpi delle donne, e della propria condotta durante la proprietà del concorso Miss Universo.

A Stern che gli chiedeva come fosse riuscito ad avere così tante donne belle, Trump rispose: “Perché sono un tipo molto attraente.”

Nel 2005 divenne di dominio pubblico la registrazione in cui Trump, parlando con il conduttore televisivo Billy Bush, si vantava di poter palpare le donne senza consenso perché la sua notorietà glielo consentiva. Nel 2006, sempre da Stern, quando gli fu chiesto se avesse un “limite di età” per i rapporti sessuali, Trump rispose in modo ambiguo e imbarazzante, citando come termine di paragone lo scandalo sessuale del rappresentante repubblicano Mark Foley con minorenni.

In un’altra occasione, quando Stern suggerì che Trump fosse un “predatore sessuale”, la co-conduttrice Robin Quivers aggiunse “Tu lo sei!”, e Trump rispose apparentemente sorridendo e annuendo con le parole “È vero”.

La distinzione cruciale: narcisismo maligno contro neurosifilide

A questo punto è necessario introdurre la contro-ipotesi più robusta, quella che l’analisi onesta non può ignorare.

La grandiosità nella neurosifilide è tipicamente delirante e stravagante — vera psicosi, non semplice auto-gonfiamento. Nella neurosifilide avanzata la paranoia è delusionale, i sintomi neurologici sono progressivi e globali. Al contrario, la grandiosità in un disturbo narcisistico di personalità è comportamentale ed egocentrica, ma rimane nell’ambito della realtà. L’impulsività deriva da una disinibizione frontale, ma il comportamento è spesso aggressivo e orientato a obiettivi specifici. La paranoia è spesso strategicamente strumentalizzata quando necessaria, non caotica o delirante.

Questa distinzione è la chiave dell’intero problema. I comportamenti di Trump — per quanto stranianti — mostrano una coerenza interna che mal si adatta al quadro della neurosifilide conclamata. Le sue escalation verbali sono calibrate sul pubblico, le sue provocazioni hanno una logica politica riconoscibile, la sua macchina comunicativa ha funzionato in modo efficace per decenni. Un paziente con paresi generale in stadio avanzato non gestisce una campagna presidenziale vittoriosa, nemmeno con l’aiuto di uno staff rodato.

Il profilo che emerge dalla letteratura clinica — e che il dottor Frank George ha articolato in modo particolarmente preciso in un’analisi recente — punta piuttosto verso una combinazione di disturbo narcisistico di personalità e possibile demenza frontotemporale comportamentale, una condizione che può aggravare e amplificare i tratti narcisistici preesistenti producendo quella disinibizione progressiva che si osserva nel discorso pubblico di Trump negli ultimi anni.

Nella demenza frontotemporale comportamentale e nel narcisismo maligno i sintomi possono sovrapporsi superficialmente a quelli della neurosifilide, ma esaminandoli più da vicino le due condizioni divergono in modo diagnosticamente significativo.

Il “grande imitatore” e il problema della diagnosi a distanza

Vale la pena fermarsi un momento su quello che la letteratura clinica ripete come un mantra: la sifilide è nota storicamente come “il grande impostore” perché imita così tante altre malattie e sindromi nelle varie fasi dell’infezione.

Questa caratteristica, che rende la diagnosi difficile anche al letto del paziente con tutti gli esami disponibili, la rende praticamente impossibile a distanza. E tuttavia — ed è questo il paradosso produttivo dell’ipotesi — proprio questa difficoltà ha un valore euristico: costringe a prendere sul serio il problema della salute mentale e neurologica dei leader politici in modo sistematico, non ideologico.

La sovrapposizione significativa di sintomi — irritabilità, declino cognitivo, difficoltà del linguaggio, anomalie motorie e cambiamenti della personalità rispetto agli anni precedenti — presenta un quadro clinico non dissimile da sindromi neurodegenerative o neurosifilitiche, anche se non vi è evidenza conclusiva.

Formulato così, il problema non è Trump. Il problema è strutturale: nessuna democrazia ha ancora costruito un sistema di valutazione neuropsichiatrica e cognitiva seria e obbligatoria per chi aspira o detiene il potere esecutivo. Nel gennaio 2018 settantacinque professionisti della salute firmarono una lettera al medico di Trump, chiedendo la somministrazione del Montreal Cognitive Assessment (MoCA); il test fu effettuato e Trump ottenne un punteggio perfetto, dopo di che i firmatari della lettera dichiararono che il risultato era insufficiente per escludere una pre-demenza. Un circolo vizioso che illustra bene come le valutazioni cliniche, quando sono politicizzate, perdano ogni utilità.

Una storia e i suoi precedenti illustri

La teoria della neurosifilide in un leader politico non è nuova. La diagnosi per Al Capone è documentata e ampiamente accettata. Lo stesso valeva per i compositori Frederick Delius e Franz Schubert. Tra i sospettati figurano Hitler, Mussolini e Ivan il Terribile.

Quella lista dovrebbe imporre una pausa. Accomunare personaggi così distanti per epoca, cultura e tipologia comportamentale sulla base di una diagnosi mai confermata clinicamente è esattamente il tipo di operazione che scredita l’approccio analitico. Non tutti i tiranni erano malati di sifilide. Alcuni erano semplicemente quello che erano.

E tuttavia, storia della medicina alla mano, la frequenza con cui la neurosifilide ha alterato il corso degli eventi — producendo leader in progressivo deterioramento cognitivo che esercitavano un potere enorme — è reale. Abbastanza reale da giustificare, come strumento preventivo, una riflessione seria sulla salute dei leader.

Conclusione: la domanda giusta

Alla fine di questo percorso, la domanda onesta non è “Trump ha la neurosifilide?” — domanda a cui non è possibile rispondere senza dati clinici che non abbiamo e non avremo probabilmente mai.

La domanda giusta è più scomoda: cosa ci dice il fatto che questa ipotesi sia stata formulata da un medico serio, pubblicata su una rivista di rispettabile tradizione, e trovata plausibile da un numero non trascurabile di professionisti della salute?

Ci dice che il comportamento pubblico di Trump — la grandiosità, l’impulsività, la disinibizione verbale e sessuale, la rabbia alle critiche, il disprezzo per le conseguenze delle proprie affermazioni — è sufficientemente atipico da richiedere una spiegazione. Se quella spiegazione sia neurologica, psichiatrica, o semplicemente il prodotto di decenni di impunità e rinforzamento positivo, non è detto.

Senza test diagnostici appropriati, quella che rimane è solo la diagnosi differenziale. E la diagnosi differenziale, per quanto necessaria come strumento clinico, non è mai una risposta — è il punto di partenza delle domande giuste.

Le domande giuste, nel caso di un uomo che ha esercitato per anni il potere esecutivo più grande del mondo, meriterebbero risposte migliori di quelle che la politica finora ha saputo o voluto fornire.

Nota metodologica
L’esposizione non formula diagnosi mediche né attribuisce condizioni cliniche specifiche a Donald Trump. Analizza una tesi medica esistente, ne esamina la plausibilità alla luce della letteratura clinica disponibile, e ne discute i limiti epistemologici. Qualsiasi diagnosi richiederebbe valutazione clinica diretta, accesso alla documentazione medica e test di laboratorio specifici.

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