Dalla anacyclosis di Polibio alla paura come architettura del potere

Polibio non era un profeta. Era qualcosa di più scomodo: un osservatore. Greco deportato a Roma nel 167 a.C., ebbe il privilegio amaro di studiare da vicino la macchina che aveva distrutto il suo mondo. Da quella posizione – né dentro né fuori, né vinto del tutto né libero – elaborò una delle analisi politiche più lucide dell’antichità: l’anacyclosis, il ciclo delle costituzioni.

L’idea è questa. Ogni forma di governo nasce pura e degenera nella propria caricatura. La monarchia diventa tirannide. L’aristocrazia si trasforma in oligarchia. La democrazia scivola nell’oclocrazia cioè il governo della folla, del risentimento, del capro espiatorio. Dopodiché il ciclo ricomincia, spesso passando per una figura forte che ristabilisce l’ordine. Che sia un salvatore o un carnefice dipende, quasi sempre, da quanto la società era già stanca di sé stessa.

Polibio non sosteneva che questo fosse inevitabile, ma che fosse probabile in assenza di contrappesi. Roma, ai suoi occhi, aveva trovato una soluzione parziale nella costituzione mista con i Consoli, il Senato, i Tribuni. Tre forze che si bilanciavano. Tre poteri che si ostacolavano abbastanza da impedire che uno solo dominasse. Non era un sistema bello. Era un sistema che funzionava proprio perché era scomodo.

Oggi quei contrappesi esistono ancora, almeno sulla carta. Ma qualcosa si è allentato. E vale la pena capire cosa possibilmente senza cedere né alla nostalgia, né all’allarme da talk show.

La democrazia che si è svuotata da dentro

Il problema non è che siano arrivati i barbari. È più sottile e forse per questo più difficile da nominare. Le democrazie occidentali contemporanee non stanno crollando sotto colpi di stato militari, ma stanno perdendo sostanza attraverso un processo lento, quasi burocratico. I Parlamenti esistono, le elezioni si tengono, i diritti sono formalmente garantiti. Eppure, sempre più persone – e i dati di afflusso alle urne lo confermano da almeno vent’anni – percepiscono queste istituzioni come involucri vuoti. Come scenografie.

Le grandi decisioni economiche vengono prese in sedi che non rispondono a nessun elettorato: banche centrali, organizzazioni sovranazionali, mercati finanziari. I governi nazionali gestiscono i margini. Le scelte strutturali – a chi va la ricchezza, come si regola il lavoro, quale futuro energetico è ammissibile – vengono negoziate altrove, con tempi e linguaggi inaccessibili al cittadino medio. La percezione comune è che la politica, in questo quadro, diventa intrattenimento, diventa dibattito su simboli mentre le sostanze si decidono altrove.

Polibio avrebbe riconosciuto la dinamica. Nella fase terminale di ogni sistema degenerato, scriveva, i cittadini smettono di partecipare alla cosa pubblica come agenti e cominciano a comportarsi come spettatori o come tifosi. Non cercano rappresentanti. Cercano campioni.

Il meccanismo primario: a cosa serve la paura

Ed è qui che entra in gioco qualcosa che Polibio aveva intuito ma che le ricerche e le scoperte della neuroscienza contemporanea ha reso misurabile. La paura ha una proprietà cognitiva che ogni politico spregiudicato ha imparato a sfruttare: restringe il campo visivo. E, si badi bene, non è una metafora; tutt’altro! Un individuo spaventato, infatti, elabora meno informazioni, tollera meno ambiguità, cerca soluzioni più immediate e più semplici; enunciata in modo più semplice, diffida di chi complica e si fida di chi semplifica.

Questo non significa che la paura sia sempre artificiale; anzi! Molte paure collettive sono razionali e spesso sono fondate su rischi reali. La differenza – ed è una differenza che vale la pena esaminare con attenzione – è tra chi governa attraverso la paura e chi governa nonostante la paura. Tra chi usa l’emergenza per espandere il proprio potere e chi la usa per risolverla, anche a costo di ridurre il proprio.

Polibio aveva visto entrambi i tipi. E aveva notato che il primo era molto più comune del secondo.

Quando il risentimento si aggiunge alla paura, il composto diventa esplosivo. Non si tratta di un fenomeno esclusivamente di destra o di sinistra; sarebbe una semplificazione comoda, ma falsa. Piuttosto, è una patologia trasversale. Il nemico cambia – i poteri forti, l’immigrato, il banchiere, il burocrate, il complottista – ma la struttura narrativa è sempre la stessa: noi contro loro, dove “loro” è responsabile di tutto e “noi” siamo vittime compatte e innocenti.

Questa politica del risentimento è tutt’altro che stupida. Essa risponde a malesseri reali. La precarietà economica è reale. La perdita di controllo sulla propria vita è reale. Il senso di essere governati da persone lontane che non capiscono è, spesso, fondato. Il problema è che il risentimento è un ottimo carburante, ma è un pessimo navigatore. Brucia veloce, genera movimento. Ma non sa dove andare. E chi lo cavalca raramente ha interesse a spegnerlo.

La grammatica della paura politica

Non ogni paura funziona allo stesso modo. C’è una grammatica precisa, collaudata nei secoli.

Il primo elemento è il nemico esterno. Deve essere reale abbastanza da essere credibile, vago abbastanza da non poter essere sconfitto definitivamente. Un nemico troppo preciso si può eliminare e, qualora ciò accadesse, con lui sparirebbe la paura. Un nemico permanente giustifica misure permanenti. Atene aveva i Persiani. Roma aveva Cartagine. Poi, quando Cartagine fu rasa al suolo, ne servì un’altra. Ce n’è sempre una.

Il secondo elemento è il nemico interno, più pericoloso del primo, perché invisibile. Il traditore, il sabotatore, chi finge di essere come noi, ma lavora contro di noi. Questo nemico ha la funzione precisa di rendere il sospetto una virtù civica. In un clima in cui chiunque può essere un nemico mascherato, la delazione diventa protezione, la sorveglianza diventa sicurezza, e chi chiede prove viene accusato di ingenuità o, peggio, di complicità.

Il terzo elemento è la crisi permanente. Le emergenze sospendono le regole ordinarie. Si tratta di una sospensione che tutti accettano quando l’emergenza è reale e temporanea. Il problema nasce quando la crisi non finisce mai, quando ce n’è sempre una nuova pronta a subentrare alla precedente. Pandemica, economica, migratoria, securitaria. Non si tratta di negare che questi problemi esistano. Ma, a chi serve che non vengano mai risolti, solo gestiti?

Il momento dell’uomo forte

Polibio era preciso su questo passaggio. La transizione dall’oclocrazia alla tirannide non avviene quasi mai attraverso la forza bruta, almeno non nella fase iniziale. Avviene attraverso il consenso. La folla esausta della propria libertà caotica, del conflitto permanente, dell’incapacità delle istituzioni di dare risposte, alla fine chiede ordine. E qualcuno si presenta pronto a offrirlo.

Io solo posso risolvere questo! È la frase. Cambia le parole, ma la struttura è quella. È una promessa impossibile, ma in certi momenti storici l’impossibile vende meglio del plausibile. Perché il plausibile implica compromessi, tempi lunghi, responsabilità condivise. L’impossibile offre redenzione immediata e capro espiatorio incorporato per quando le cose non funzionano.

Non stiamo parlando solo di casi conclamati. Stiamo parlando di una tendenza diffusa nelle democrazie che formalmente reggono; stiamo parlando, da una parte della personalizzazione estrema del potere e, dall’altra, dell’erosione silenziosa dei contrappesi istituzionali, della delegittimazione sistematica di chiunque metta freni (magistratura, stampa, opposizione, società civile; non importa). Non è un colpo di stato. È una sottrazione progressiva di ossigeno.

I costituzionalisti la chiamano democratic backsliding. Il termine è tecnico e quasi asettico, il che probabilmente è il suo limite in quanto rende difficile percepire quanto la cosa sia concreta.

Weimar, e il motivo per cui ci torniamo sempre

C’è un caso storico citato così spesso da essere diventato quasi un luogo comune. Eppure, merita di essere riletto, perché i dettagli che si dimenticano sono spesso i più istruttivi.

La Repubblica di Weimar non fu distrutta dall’ignoranza. Fu distrutta in presenza di un’opinione pubblica alfabetizzata, di una stampa attiva, di partiti politici strutturati, di intellettuali e giuristi di prima qualità. Fu distrutta, in parte, perché tutte queste forze si convinsero (ciascuna per ragioni proprie) che la situazione fosse abbastanza grave da giustificare deroghe temporanee alle garanzie costituzionali.

La Costituzione di Weimar permetteva al presidente di governare per decreto in caso di emergenza. Fu usato centinaia di volte prima che Hitler arrivasse al potere. Non da Hitler, ma dai suoi predecessori che ritenevano la situazione abbastanza eccezionale da richiedere misure eccezionali.

Quando Hitler arrivò, il meccanismo era già oliato. La popolazione era già abituata all’idea che l’emergenza giustificasse la deroga. Lui non inventò nulla. Perfezionò qualcosa che era già lì.

La domanda che questo fatto suggerisce non è “come si riconosce un Hitler”. Quella è la domanda sbagliata, perché è troppo facile e arriva sempre troppo tardi. La domanda giusta dovrebbe essere: come si riconosce il momento in cui le deroghe all’ordinario diventano il nuovo ordinario?

La tecnologia cambia lo strumento, non la struttura

Polibio non poteva immaginare i social media, ma avrebbe riconosciuto immediatamente cosa possono fare politicamente.

Gli algoritmi delle piattaforme digitali non sono neutri. Sono ottimizzati per il coinvolgimento, e il contenuto che genera più coinvolgimento è, quasi invariabilmente, quello che suscita emozioni forti: indignazione, paura, disgusto. Non perché le piattaforme vogliano la dittatura. Ma perché la paura fa cliccare, e i clic sono il prodotto.

Il risultato è un’amplificazione sistematica delle minacce. Non necessariamente false, ma selezionate secondo una logica che, più che essere orientata all’informazione, è orientata all’attenzione. Un pubblico che percepisce il mondo come costantemente minaccioso è un pubblico che tende a chiedere più protezione anche a costo di sacrificare parti di libertà.

C’è un esperimento mentale utile. Provate a prendete le prime dieci notizie che avete visto o ascoltato oggi. Quante riguardavano minacce, crimini, attacchi, disastri, nemici, pericoli? Quante riguardavano problemi risolti, cooperazioni riuscite, istituzioni che hanno funzionato? Il rapporto non riflette la realtà statistica del mondo. Riflette la grammatica dell’attenzione.

Chi governa in questo ambiente non deve più fabbricare la paura dal nulla. Deve solo selezionarla, amplificarla, indirizzarla. Il lavoro si è semplificato enormemente.

Il consenso alla propria gabbia

C’è un passaggio nell’anacyclosis di Polibio che viene spesso trascurato. Il filosofo non descrisse la tirannide come qualcosa che piomba dall’esterno su una popolazione ignara. La descrisse come qualcosa che una popolazione, in certi momenti, sceglie o, almeno, accetta.

Quando la paura diventa abbastanza intensa, la libertà comincia a sembrare un lusso, qualcosa che ci si può permettere solo quando si è al sicuro. Prima la sicurezza, poi i diritti. Prima l’ordine, poi la democrazia. È una sequenza che suona ragionevole in astratto. Il problema è che nella storia concreta quella sequenza raramente si inverte. La sicurezza pagata con la libertà tende a diventare permanente. E la promessa del ritorno alla normalità si sposta sempre un po’ più avanti.

Polibio lo aveva intuito guardando Roma dall’esterno. Duemila anni dopo, Tocqueville (La democrazia in America, 1835–1840) lo avrebbe descritto dall’interno di una democrazia giovane e già inquieta: la tirannia moderna non avrebbe incatenato gli uomini, li avrebbe intorpiditi. Non avrebbe vietato di pensare, avrebbe reso il pensiero faticoso e poco remunerativo. Non avrebbe soppresso la libertà con un colpo solo, ma l’avrebbe ridotta ogni giorno di una piccola quantità impercettibile.

Leggendo questo oggi, cosa riconoscete?

I contrappesi che si erodono

Torniamo a Polibio. La sua ammirazione per Roma non era sentimentale. Era analitica. Quello che lo affascinava era il sistema dei freni nel quale ogni potere trovava un altro potere capace di resistere. Non era armonia. Era tensione istituzionalizzata. E quella tensione era la salute del sistema, non un difetto da correggere.

Il problema attuale non è che mancano le istituzioni. È che si moltiplicano i tentativi di renderle innocue. Attraverso la nomina di figure compiacenti ai vertici delle autorità indipendenti. Attraverso la riscrittura delle regole elettorali. Attraverso l’uso sistematico dei decreti per aggirare il parlamento. Attraverso la pressione, esplicita o implicita, sull’informazione.

Nessuno di questi meccanismi, preso singolarmente, è necessariamente fatale. Il pericolo è la combinazione e la progressione. Un sistema che perde un contrappeso può reggersi. Un sistema che ne perde tre o quattro in rapida successione entra in una zona di fragilità che, nella storia, raramente si è risolta senza traumi.

La proiezione: condizioni, non destino

Non è possibile fare previsioni precise. Sarebbe disonesto provarci. Ma è possibile identificare le condizioni che, storicamente, hanno reso più probabile la transizione da democrazia degradata a potere concentrato.

La prima è la sfiducia nelle istituzioni oltre una certa soglia. Non la critica, perché la critica è sana, necessaria. La sfiducia totale, quella che porta a preferire qualsiasi alternativa al sistema esistente senza chiedersi cosa venga dopo.

La seconda è la personalizzazione del potere oltre i limiti strutturali. Quando il leader diventa più importante del partito, il partito più importante della legge e la legge stessa può essere riscritta per adattarsi alle convenienze del momento.

La terza è la neutralizzazione progressiva dei contrappesi, non con atti autoritari eclatanti, ma con nomine, riforme, pressioni, silenzi. Un giudice qui, una redazione là, un’autorità indipendente svuotata di risorse.

La quarta – forse la più sottile – è la normalizzazione della paura come modalità ordinaria di governo. Quando i cittadini si abituano a essere governati attraverso l’emergenza, quando il lessico della minaccia diventa il linguaggio standard della politica, il sistema ha già cambiato natura. Anche se le elezioni si tengono ancora. Anche se i parlamenti si riuniscono.

Quante di queste condizioni riconoscete, guardandovi intorno?

Una domanda finale

Polibio concludeva le sue analisi non con prescrizioni ma con osservazioni. Era uno storico, non un moralista. Sapeva che i cicli si ripetono non perché gli uomini siano stupidi, ma perché le stesse condizioni tendono a produrre le stesse risposte. E sapeva che la conoscenza del ciclo non garantisce l’uscita dal ciclo, ma è l’unica cosa che la rende possibile.

La dittatura non arriva annunciandosi come tale. Arriva come soluzione. Come risposta. Come finalmente. Non piomba dall’esterno su una società sana, ma trova l’ingresso che la società stessa ha lasciato aperto per stanchezza, per convenienza, o perché qualcuno si era convinto che stavolta fosse diverso. E diverso non lo è quasi mai.

C’è una differenza tra essere spaventati ed essere governati dalla paura. La prima è una risposta umana a stimoli reali. La seconda è una condizione politica, una scelta, propria o altrui, su chi detiene il controllo dell’emozione e dove la dirige.

La domanda non è se abbiate paura. La domanda è: di chi è quella paura?

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