Me lo sono sempre chiesto. Perché uomini “di sinistra” dello spessore di Pierluigi Bersani, di Pietro Grasso o – lasciatemelo dire – di Massimo D’Alema ce l’hanno così tanto con Matteo Renzi al punto da potere tranquillamente dire che, più propriamente, lo odiano?

Non è possibile – mi sono sempre detto – che sia una banale questione di antipatia personale, di caratteri non compatibili.

Prima di tutto perché “l’antipatia” è un tratto che riguarda il sentire personale, cioè una persona può risultare simpatica a alcuni e antipatica a altri; e poi la “compatibilità caratteriale” è – anche questa – una emozione che riguarda la sfera umana e che ha poco o niente a che vedere con l’attività politica delle figure di altissimo spessore culturale e intellettuale di cui stiamo parlando.

Matteo Renzi è odiato dalla sinistra più radicale nonostante tutte le iniziative portate a segno nel corso del suo governo portino il bollino di “cose di sinistra”; anche l’opposizione alla riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non è – a ben studiare – che un totem ideologico al quale fare ricorso.

In effetti bisognerebbe controllare se (ed eventualmente quanti) posti di lavoro sono stati perduti a causa della riforma e quanti, al contrario, ne sono stati guadagnati (sia a tempo determinato che a tempo indeterminato). Ve lo anticipo perché ho controllato: nessun posto di lavoro è stato perduto dopo la riforma dell’articolo 18 introdotta con il “Jobs Act” e tanti ne sono stati guadagnati.

Più precisamente gli occupati totali sono aumentati, da febbraio 2014 a settembre 2016 di 654.000 unità dei quali 487.000, nello stesso periodo, sono a tempo indeterminato. Pertanto il Jobs Act, tanto contestato dai suoi avversari politici, alla fine ha prodotto un vantaggio sociale.

Ma non è tutto. L’insieme delle politiche di Renzi hanno perseguito scopi squisitamente sociali. Le elenchiamo se non altro per tenerne memoria: il Jobs Act, di cui abbiamo appena detto; lo stop all’Irap e il taglio dell’Ires; gli 80 euro per 11 milioni di italiani che guadagnano meno di 1.500 euro al mese estesi anche al comparto sicurezza; la riduzione del canone Rai; l’abolizione della tassa sulla prima casa, Imu e Tasi; l’abolizione di Equitalia; lo stop alle tasse agricole; il processo civile telematico; la banda ultralarga e la crescita digitale; le unioni civili; il divorzio breve; le norme per la non autosufficienza; la legge sul «Dopo di noi»; la riforma del Terzo settore e il servizio civile; la legge contro il caporalato; il bonus bebè; l’aumento delle pensioni; la riforma del cinema e dell’audiovisivo; la riforma nota come La Buona scuola; la 18App (500 euro per tutti i giovani che compiono 18 anni dal 2016); la legge contro i reati ambientali; l’introduzione del reato di depistaggio; il tetto stipendi Pubblica amministrazione a 240 mila euro.

È davvero tantissima roba per soli mille giorni di governo e nessuna di essa la si può onestamente liquidare di destra o – ancora peggio – capitalista. Nonostante questi interventi così importanti sul piano sociale e pubblico, Matteo Renzi resta il peggiore nemico della sinistra radicale. Perché? 

Per poterlo capire con un minimo di obiettività è necessario risalire ai primissimi anni della affermazione dei partiti di sinistra in Italia, bisogna risalire all’epoca del sindacalismo attivo della classe operaia in contrapposizione, talvolta anche violenta, con la classe borghese e capitalista, bisogna comprendere le posizioni contrapposte tra riformisti e massimalisti che, iniziate prima del 1900 sono finite nella scissione di Livorno del 1921.

Partendo proprio dai resoconti stenografici dell’allora partito socialista e dell’area di sindacalismo attivo è possibile intravedere alcuni elementi che purtroppo non sono ancora stati superati nel socialismo moderno.

Filippo Turati è stato probabilmente il principale attore di una dura contrapposizione culturale che ha cercato di porre un argine all’ascesa dei totalitarismi, tanto di destra quanto di sinistra, divenendo il padre e il difensore dei principi che sono i pilastri della visione e della cultura politica dei movimenti liberal-socialisti.

La missione pedagogica fondamentale di Turati – e anche la più difficile – è stata avviare una strategia culturale che portasse la contrapposizione politica a rinunciare alla violenza quale metodo attraverso la promozione della visione pluralista e pacifica resa possibile dalla fondazione di istituti culturali, enti di beneficienza, scuole operaie, sindacato.

Nel pensiero di Turati, infatti, le future generazioni avrebbero dovuto essere educate al rifiuto categorico di ogni forma di violenza rivoluzionaria che egli ha, fin dai primissimi anni, considerato sempre come negazione dei più profondi valori del socialismo.

La visione pluralista ha condotto Filippo Turati a concepire il rapporto con l’avversario politico nei termini di confronto costruttivo e dialogante piuttosto che di contrapposizione violenta, incoraggiando la libera circolazione delle idee.

Tale libertà di critica è stata vista dalla corrente più ortodossa del partito socialista, rifacentesi alla visione “leninista”, come un “pervertimento della coscienza socialista” e, di conseguenza, ha portato a definire la corrente riformista di Turati nemica del socialismo.

Nel suo intervento al congresso di Bologna, nel 1904, i socialisti rivoluzionari, ortodossi, Costantino Lazzari (Cremona, 1º gennaio 1857 – Roma, 3 ottobre 1927) e Arturo Labriola (Napoli, 21 gennaio 1873 – Napoli, 23 giugno 1959) arrivarono a definire i riformisti come artefici della negazione dei principi del socialismo e a considerarli dei veri e propri traditori del proletariato e fiancheggiatori della borghesia.

Questa visione ha portato Costantino Lazzari, nel suo intervento al congresso di Bologna del 1904, a introdurre il principio del sospetto preventivo in grado di promuovere, cioè, un atteggiamento mentale capace di stimolare l’attitudine a reagire sfavorevolmente e prontamente verso tutti coloro che non appartenessero alla classe operaia o al socialismo rivoluzionario.

Grazie al principio del sospetto preventivo sarebbe stato, nella visione di Lazzari, possibile giudicare l’«altro» prima ancora di conoscerlo sulla base della appartenenza a una particolare categoria sociale: un borghese, anche qualora adotti una condotta irreprensibile, è comunque meritevole di disprezzo per il solo fatto di appartenere a una classe sociale ritenuta immorale.

Nel corso del congresso di Roma del 1906 i rivoluzionari si sono più o meno separati dai riformisti e dai rapporti stenografici dei documenti congressuali dell’epoca sono emersi elementi molto importanti per capire la portata della cultura del sospetto preventivo introdotta da Lazzari.

Nel corso di tale congresso, infatti, sono stati registrate forti emozioni contrastanti che hanno intriso il dibattito politico: interruzioni, contestazioni, risa, sbeffeggiamenti.

Il condimento emotivo ovviamente non ha alterato il contenuto del pensiero dei relatori, ma ha consentito la radicalizzazione del pensiero con l’estremizzazione e l’accentuazione dei contrasti ed ha prodotto un bisogno psicologico di posizionamento e di riconoscimento della identità.

Sempre nel corso del congresso del 1906 Arturo Labriola si è contrapposto pervicacemente alle posizioni “aperturiste” di Turati ed ha introdotto quel principio che, negli anni successivi, ha scavato un solco profondo tra la cultura rivoluzionaria e riformista dei socialisti: la guerra, secondo Labriola non è soltanto tra «noi» e «loro» (dove «noi» sono i socialisti rivoluzionari e «loro» la borghesia e i capitalisti), ma anche tra «noi» e «coloro che dicono di essere come noi».

L’atteggiamento mentale del sospetto preventivo di Lazzari, coniugato alla separazione tra puri e impuri di Labriola, ha portato, negli anni successivi, non solo alla separazione di Livorno del 1921, ma – qualche anno più tardi – alla ascesa di Benito Mussolini, elemento di spicco del Partito Socialista negli anni ’20 dello scorso secolo, il quale, grazie alla sua capacità oratoria, ha vibrato il colpo di grazia al riformismo di Turati imponendo, poi, il Fascismo che – in questi termini – è possibile intenderlo come la deriva totalitaria del socialismo rivoluzionario. In realtà, ma ci spingeremmo troppo oltre il perimetro di un articolo, almeno nei primi momenti, Stalin ha molto apprezzato il regime di Mussolini in Italia. Ne parleremo, semmai, un’altra volta.

Abbiamo fin qui passato in rassegna alcune (solo alcune, si badi) delle contrapposizioni esistenti fin dalla nascita del socialismo in Italia tra i massimalisti e i riformisti: pur avendo entrambi la stessa “radice culturale”, profondamente diverso è stato l’approccio per determinare il successo del socialismo.

Partendo da questi presupposti storici (anche se descritti sommariamente) risulta evidente che Matteo Renzi, pur essendosi adoperato da socialista riformista, pur avendo portato a segno molte riforme e pur avendo dato voce a moltissime istanze proprie del socialismo, è stato – sostanzialmente da sempre – ostacolato dalle correnti più propriamente comuniste tanto del Partito Democratico quanto della sinistra radicale riconducibili a figure di pur elevato spessore intellettuale (Bersani, D’Alema, Grasso, Fratoianni), ma fortemente orientate alla visione anti-riformista (che si sublima nei discorsi e negli scritti di Togliatti).

Renzi non è sicuramente un uomo di destra, ma è certamente un socialdemocratico di ispirazione riformista che ha saputo ricucire – adattandole al ventesimo secolo – le idee di Turati proponendo riforme in grado di migliorare la società civile contemporanea senza bisogno della rivoluzione armata teorizzata dalla sinistra radicale.

È sbagliato? Credo proprio di no e credo che questa sia la ragione (se non l’unica, certamente la principale) per cui, in Italia, chi non è comunista non è considerato di sinistra ed è probabilmente questa la ragione per cui gli ex-, post- e neo-comunisti sono il maggiore ostacolo al progressismo moderno e allo sviluppo sociale.

© Il testo dell’articolo è liberamente riproducibile, ma si fa obbligo di comunicare all’autore l’eventuale pubblicazione in altri siti all’indirizzo info@fabriziopulvirenti.it.

18 pensiero su “Perché la sinistra odia così tanto Matteo Renzi?”
    1. La sinistra, quella classica, quella cioè over 65, odia Matteo Renzi, perché ha voluto rottamarla, senza però riuscirci. Anzi si è verificata come un bumerang.

      1. Io sono over 65 ma non odio affatto M. Renzi, anzi, ho capito quale è stato il suo punto di vista in questa circostanza. Cmq ho visto questa riflessione sull’odio…. di comunisti? comunisti? cosa vuol dire oggi comunisti, dove sono questi comunisti? un bellissimo racconto di storia. Per me l’odio è due cose, l’altra faccia dell’amore, e enorme perdita di tempo. Mentre odio non considero nemmeno la possibilità che esistano altre visioni dalla mia posizione. In pratica penso che io la penso nel modo migliore e non considero nemmeno le parole dell’altro perché io ho ragione. E ancora ognuno di noi giudica gli altri in base sempre alla propria formazione, io dico con il proprio metro. L’odio alla fine è stupido. Matteo Renzi è stato l’unico che parlava di cose da fare, gli altri, lo investivano di eccessivo protagonismo, e di voler far saltare il banco, senza spiegare però quale scopo avrebbe avuto, visto che con il consenso scemato che si ritrova, se andassimo ad elezioni, non avrebbe l’opportunità di ritornare in parlamento, probabilmente. Anche se i sondaggi penso non siano altro che “influencer” occulti. Mi sono sempre chiesta perché in questo Paese, quando uno è brillante e porge soluzioni a grandi problemi viene ostacolato. Infatti molti preparati, sapendo di non trovar sbocchi qui, proprio perché in ogni settore esistono baronie, prendono così la via dell’emigrazione e in altri Paesi hanno successo. In fondo il Paese che si delineava con Renzi, secondo me, non sarebbe stato altro che simile alla Germania, ma no….c i arrabbiamo perché vuole essere come l’olio sempre al di sopra…..e perdiamo di vista l’obiettivo. In fondo a noi piace rimanere in periferia… Spero davvero che il prossimo governo si occupi seriamente di scuola (formazione) non solo per farci brillare ai vertici ma anche perché una larga fascia di popolazione possa riuscire a pensare davvero con la propria testa senza farsi, di volta in volta, ammaliare da falsi miti.

  1. Scusa Pulvirenti hai svolto un’ottima cronistoria analitica sui fondamentali storici del comunismo italiano, ma a che servono? Noi viviamo in una fase storica che è completamente mutata e non sussistono più le basi che a Marx ed Engel permisero di valorizzare ed etichettare la classe operaia. La situazione è profondamente cambiata e il comunismo si è estinto, come la caduta del muro di Berlino e la scomarsa dell’URSS ha evidenziato. Quello che assistiamo in Italia è solo lotta per il potere e per la conservazione degli assetti conquistati in più di cinquantanni. Renzi ha rappresentato e continua a rappresentare la via maestra al cambiamento e alla rivisitazione di tutti gli assetti. In Italia le classi di età ci evidenziano una maggioranza di popolazione nata e cresciuta nel secolo scorso che è abbarbicata in tutte le posizioni di potere e che ha riempito le nuove generazioni di facilitazioni esistenziali in modo che non si potessero ribellare allo status quo. Pulvirenti il mondo à cambiato! Affrontiamo la realtà. Le analisi valide più di un secolo ci spiegano il passato non il presente.

    1. È vero, ci spiegano il passato, ma danno anche spunto per interpretare i comportamenti del presente.
      Purtroppo (per come la vedo io) la questione tra sinistra massimalista (o rivoluzionaria o radicale) e sinistra riformista non è ancora risolta.
      Renzi tutto sommato evoca la visione socialdemocratica riformista e coloro che sono legati alla visione del passato (D’Alema, Bersani, Fratoianni, Grasso, Boldrini, ecc.) lo ostacolano. Ma, in realtà, ostacolano il progresso.
      Ecco perché ho voluto rifarmi alle fonti storiche per cercare di spiegare l’odio viscerale verso Renzi.

      1. A prescindere da tutto queste persone hanno i paraocchi non vogliono vedere il mondo di oggi e, me lo lasci dire, sono attaccate ad una visione del passato che nel loro intimo rinnegano .perché chi di loro è povero?Chi di loro non possiede beni mobili ed immobili? Ormai sono ibridi ne’ carne ne’ pesce com’è il modo di dire comune

      2. Concetti come comunismo e in contrapposizione fascismo rappresentano gli archetipi della nostra cultura che rispuntano fuori nei momenti di crisi economico sociale e dunque politica. Sono il tentativo di interpretare una difficile realtà. La storia rappresenta il continuum culturale da cui proveniamo e ci aiuta a comprendere l’oggi per cui il riformismo è sempre vissuto come un trauma e chi lo pratica un traditore. L’innovazione di per se come risoluzione della crisi è la risposta psicosociale che richiede assimilazione e adattamento alla realtà come direbbe J.Piaget così che possa diventare apprendimento da parte di tutti. Perciò, come dice Renzi “il tempo è galantuomo”, aspettiamo, cioè, che il cambiamento diventi patrimonio di tutti.

      3. Egr. Sig. PULVIRENTI, e’ inutile nagare da parte mia, l’analisi storica da Lei fatta. E’ altresi inutile negare da parte mia l’appartenenza da sempre alla componente storica dell’attuale PD. Devo pero’ affermare sinceramente che da parte mia e da moltissimi amici, non c’e’ nessun astio, tantomeno odio nei confronti di Renzi, considerato come un valore aggiunto della sinistra. Da me salutato con gli auguri quando e’ uscito dal PD, partito che ormai gli stava stretto, convinto della sua missione. Ora pero’ la cosa e’ cambiata, e’ andata troppo oltre, ed io mi trovo effettivamente in dfficolta’, il salto, forse doveroso, mi trova indeciso. Io mi ritengo un democratico, esiste un partito con il nome, il simbolo, la storia, tutto calzerebbe a pennello. (sto dielaiet, che fare? disse Lenin), pero’ su Renzi e della sua statura politica avrei molto da dire. Mi consigli, intanto la abbraccio cordialmente.

        1. La ringrazio per la fiducia che ha voluto riporre in me nel richiedere consiglio (che non le darò).
          Non ho le qualità morali per potere suggerire a altri il posizionamento politico, né ho la presunzione di essere sempre nel giusto.
          Tutto dipende dalla Sua sensazione e dal suo posizionamento: si sente un riformista? il suo posto è in Italia Viva; si sente un conservatore massimalista (comunista per intenderci) il suo posto non è Italia Viva.
          L’avere, però, considerato Renzi un valore aggiunto per la sinistra fa di lei (mi sensazione naturalmente opinabile) un riformista.
          Grazie ancora per la sua considerazione.

  2. complimenti vivissimi.
    Il problema è che chi è chiuso nel suo pregiudizio, non accetterà mai di ammettere di avere torto.
    Purtroppo anche la stampa (e le TV) ci hanno messo del loro per alimentare l’odio ed oggi ci troviamo nell’impossibilità di discutere con chi si nutre solo di slogan e frasi fatte.
    La cosa più fastidiosa è quel sentire ripetere: “Renzi ha ragione, ma …” ed a quel “ma” ci si può attaccare di tutto.
    Ma il fatto che Renzi abbia ragione resta.
    Paolo Federici

  3. Condivido pienamente il pensiero.
    La sinistra radicale/ideologica deve avere un nemico come sua ragione di vita, e spesso lo cerca tra le sue stesse fila. Speriamo che finita questa generazione si passi a considerare avversario e non nemico che ha un pensiero politico diverso.
    Conte è un uomo per tutte le stagioni. Lo paragonerei ad un vecchio democristiano moroteo.

  4. È molto interessante quello che sostiene e ritengo sia anche ben argomentato. Insieme a ciò penso ci sia anche un altro aspetto. Nella prima repubblica il peso relativo di DC e PCI era importante ma la DC ha sempre espresso leadership di governo. Il PCI ad esclusione della periodo della solidarietà nazionale non ha mai governato in quanto non ha mai avuto un consenso superiore alla DC. In qualche modo questa contrapposizione rappresentava una componente importante della società dove la sinistra non ha mai goduto di un consenso tale da esprimere una leadership di governo. Nella seconda repubblica a partire dall’Ulivo per poi venire al PD, la componente centrista di quest’area è stata sempre minoritaria rispetto a quella più tipicamente di sinistra. I vari D’Alema Bersani ecc si sono trovati a indirizzare e gestire nei fatti una leadership politica “di sinistra” mai avvenuta in passato e marginalizzando, nei fatti tutta l’area culturale del centro sinistra in maniera sempre crescente dall’Ulivo di Prodi verso il PD. Renzi, non integrato in quell’area e più vicino a posizioni di centro, vincendo le primarie contro Bersani, ha per la prima volta marginalizzato un blocco culturale e di leadership che ha sempre guidato il PD nella seconda repubblica. E questo non poteva essere accettato politicamente, culturalmente ed anche democraticamente . Di qui la demonizzazione violenta dell’avversario “a priori” soprattutto durante il periodo della segreteria di Renzi nel PD. Insieme alle ragioni da Lei rappresentate su cui concordo, penso ci sia un po’ anche di questo.

  5. Gentilissimo buonasera. La ringrazio. Questo suo articolo risponde finalmente ad un interrogativo che ho da tempo immemore. Mi sono sempre definito socialista. Un socialista alla Turati. Una definizione che ho sempre espresso a denti stretti poichè fa leva ad un era ormai dimenticata. E perchè il concetto astratto di socialismo si è sempre prestato a troppe interpretazioni. Spesso disinvolte. Tuttavia l’ho sempre sostenuta quando le circostanze lo reclamavano.
    Ora finalmente mi do pace. Capisco ancora meglio il perchè la politica espressa da Matteo Renzi l’ho sempre trovata aderente al mio pensiero.

  6. Ci ho provato, ma francamente ho smesso di discutere….provengo dalla Democrazia Cristiana, ho fatto nella mia cittadina una discreta carriera, pure il Sindaco, ho sempre mantenuto anche quando loro erano una esigua minoranza rapporti politici e personali corretti.. se vuole anche ricambiato… ma quando ci si mette insieme loro sono sempre altra cosa, loro non sopportano che il pallino lo devono avere loro…lo sanno che senza un centro riformista e che magari ha dimostrato di fare cose più sinistra di loro.. non si vince , hanno vinto una volta quando lega e Forza Italia si son fatti la guerra e han vincere la sx. ma non c’è niente da fare.. Ma poi ZINGARETTI ORLANDO sono all’altezza?

  7. Interpretazione azzardata e fantasiosa!Sono stato socialista e dopo lo smembramento del partito a causa di dirigenti irresponsabili è troppo riformisti(alcuni di loro sono e hanno transitato in Forza Italia,partito non certo riformista!),sono dovuto migrare nel PDS e tutt’ora iscritto al PD.Non ritengo giusto classificare Bersani,Grasso ,ecc.. comunisti radicali e anti riformatori.Comunque non pensò che loro o altri come me odiano Renzi,bensì io ritengo che in politica l’elemento importante per acquisire la fiducia sia la credibilità e coerenza,e Renzi non mi sembra che abbia dato queste garanzie sia per sue azioni e affermazioni espresse sia per un dubbio nascosto ,di aver mai scelto il campo politico dove collocarsi seriamente.L’analisi storica del partito socialista ,da lei fatta ,e del ruolo di Turati e Labriola non ritengo che si addicono ai personaggi del presente che di contenuto politico mi sembrano molto carenti!

    1. Ho richiamato la visione politica di Turati, di Labriola e di Lazzari (soprattutto) per richiamare il concetto di sospetto preventivo che pare essere divenuto il viatico della sinistra radicale o, comunque, anti-renziana. Il filo conduttore dei ragionamenti portati avanti dall’ala estrema del PD e da LeU, infatti, mi hanno richiamato alla mente quanto affermato da Costantino Lazzari.
      Io penso che il Partito Democratico non debba essere letto come una rifondazione in chiave moderna del Partito Comunista. Sono molto interessanti le parole utilizzate da Veltroni 14 anni or sono al momento della fondazione e in quelle parole non si ravvisa tale rifondazione; anzi!
      Ovviamente rispetto la Sua visione della politica e la ringrazio per avermi letto e commentato.

  8. LA COSA BELLA È STATA IMU +TASI PRIMA CASA … MA NON. BENE È STATO FATTO es. CHI HA UN APPARTAMENTO Mq 70 BENE MA CHI LO HA DI 200/300 Mq NON VALE FACCIAMO CON IL REDDITO DI ENTRATA FAMILIARE KI SUPERA 70/80 .000 ANNUI PUÒ PAGARSELO L’IMU + TASI…BENE MI STA’

    1. La prima casa è prima casa per tutti, comunque l’Imu prima casa non si paga per le classi A3 ( economiche) mentre si paga per le classi A1 e A2

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