Se c’è una domanda che gli italiani (quelli che ragionano, però; non quelli che “sparano” likes ad alzo zero sui post dei social-media!) dovrebbero porsi è: «Qual è il ruolo della politica?»

Se volessimo rispondere in modo pragmatico, dovremmo dire che il ruolo della politica dovrebbe essere consentire a tutti i cittadini di uno Stato di vivere in modo dignitoso, usufruendo dei servizi pubblici in modo uniforme, con Leggi che possano garantire la civile convivenza e che possano dare l’impulso al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche di tutti i cittadini, senza lasciare indietro nessuno. Questo, almeno, in linea teorica, scolastica.

Tuttavia, se solo provassimo a osservare ciò che è diventata la politica – almeno nel nostro Paese, anche se oltreoceano le cose non sono andate finora meglio –non faticheremmo a intravedere un deciso cambio di prospettiva: dall’arte di governare le società a l’arte di sfruttare gli istinti.

Da molti anni, dai margini – forse – di una posizione privilegiata in quanto non direttamente coinvolto, osservo la trasformazione della politica in Italia. Sono stati già da tempo perduti gli ideali che hanno infiammato gli animi negli anni settanta, ottanta e novanta e tutti i buoni propositi sono stati sostituiti con una (in larga misura) ingiustificata voglia di rivalsa, di vendetta. L’avversario politico non è più un interlocutore con il quale ricercare il confronto, ma è diventato il “nemico” da abbattere.

Quelli della mia età (ho 56 anni) indubbiamente ricorderanno le assemblee nei licei, le ore di confronto nelle sezioni dei partiti, le adunanze in piazza, i cortei. Cos’è rimasto oggi di quel mondo in fermento? Cos’è rimasto della vivacità intellettuale di almeno due generazioni che si sono contrapposte nelle idee (e non solo)? Cos’è rimasto delle ore di studio della politica teorica che, inevitabilmente, assecondando il vissuto e le inclinazioni di ognuno, ci ha posizionato a “destra” o a “sinistra”? Direi ben poco!

È vero, nel terzo millennio, certe “classificazioni” degli orientamenti politici dovrebbero essere superate. In parte sono anche d’accordo, ma abbiamo imparato negli anni che, inevitabilmente, dal confronto di posizioni contrapposte, molto spesso scaturisce la sintesi vincente che molto spesso migliora il tessuto della società.

In quegli anni vivaci e tormentati anch’io – come tanti, del resto – ho capito quale fosse il mio posizionamento “politico” ed ho compreso che la tutela del Diritto del Cittadino non è collocata nell’area più propriamente comunista della estrema sinistra, ma non lo è neppure nell’area della intolleranza della estrema destra: gli schieramenti contrapposti, alla fine, hanno sempre teso al ringhio piuttosto che al dialogo.

Poi, sul finire degli anni ’90, è accaduta qualcosa che ha scompaginato ogni orientamento e ogni posizionamento; complice la pubblicazione di un libro-denuncia (“La Casta”), un nuovo clima ha infuocato gli animi e instillata l’idea che tutta la politica fosse malaffare, corruzione, interesse personale. Questo clima di intolleranza verso la Politica, che ha pescato in modo privilegiato anche nella questione morale avanzata da Berlinguer, ha fecondato il ventre molle della società consentendo la nascita di movimenti anti-politici dalla forte connotazione giustizialista: chiunque fosse indicato come possibile colpevole sarebbe stato condannato, a furor di popolo, nelle piazze, sui giornali, in televisione. La via breve del populismo è stata privilegiata rispetto a quella, più complessa e impegnativa, delle riforme.

Del resto, il P.C.I. prima, quindi il PDS-DS-PD hanno probabilmente proseguito la corsa verso la diversità morale che il fenomeno Tangentopoli ha soltanto certificato e che ha abbracciato tutte le formazioni politiche che si sono riferite alla visione post-comunista cui, peraltro, non sono rimaste indifferenti, cercando di emularla, neanche formazioni dello schieramento opposto, a partire dalla Lega di Bossi e da Alleanza Nazionale di Fini, passando per “La Rete” di Orlando e per finire al Movimento 5 Stelle di Grillo.

Le monetine le hanno tirate tutti! E molti continuano ancora a farlo, fomentati dal sentimento “giustizialista” di molti attori della vita pubblica. E il dialogo? E il confronto? E le idee? Niente da fare! Tutto buttato via perché la rivalsa dev’essere consumata in fretta e la minestra mandata giù mentre è calda.

La sola eccezione a questo scempio è stata la parentesi Renzi, che ha cercato di conferire pari dignità a tutte le forze politiche, a partire da quelle ostili, nel confronto democratico e nella ricerca e nella celebrazione di tutte le liturgie istituzionali: vale la pena di ricordare il confronto in diretta streaming con Beppe Grillo e Luigi Di Maio con i quali ha cercato una sintesi affinché fossero ricondotti nell’alveo della prassi istituzionale e della democrazia.

Ma tutto ciò ha contribuito a migliorare la società? In altre parole, aver lasciato intendere che la Politica fosse soltanto interesse personale, malaffare, corruzione ha contribuito a emancipare i cittadini, a arricchire di nuove intelligenze il panorama pubblico, ha aiutato a rendere più liberi le donne e gli uomini? A primo acchito direi proprio di no! E questo ci riporta dritti dritti alla domanda posta in apertura: «Qual è il ruolo della politica?»

Il nostro Paese ha derubricato la libertà di pensiero a mera formalità; ha derubricato la partecipazione a violenta contrapposizione sui social-media; ha derubricato le capacità individuali a motivo di scherno. L’avversario politico “deve” essere massacrato, annientato, ridotto al silenzio affinché possa emergere il pensiero dominante in grado di schiacciare donne e uomini nel grado più infimo della propria umanità: quello degli istinti.

Ecco che, di conseguenza, personaggi di discutibili qualità politiche (non entro nel merito di quelle umane) emergono prepotentemente perché riescono a sollecitare i gangli peggiori della società contemporanea, sfruttandone atavici sentimenti di xenofobia e intolleranza, soffiando sulle (solo in parte giustificate) paure e sui disagi della collettività.

In questo mondo quale spazio può ancora avere la Politica del Libero Pensiero, tesa a migliorare le umane condizioni? Naturalmente un ruolo marginale perché è più facile inseguire i sentimenti che la ragione, è più facile lasciarsi condizionare dalle campagne pubblicitarie (perché di questo si tratta), piuttosto che leggere, studiare, informarsi.

Per rispondere alla domanda che ho posto all’inizio di questa riflessione (dai toni un po’ amari), direi che il ruolo della Politica, oggi come oggi, oltre al governo della contingenza, dovrebbe essere riportare le donne e gli uomini, il Paese, in una condizione di Libertà tale, di conoscenza tale, di cultura tale da potere valutare le capacità di coloro che deleghiamo a rappresentarci al di là della loro proiezione mediatica: figure di dubbio spessore, grazie a raffinate operazioni di maquillage mediatico, sono ritenute dalle masse veri e propri statisti e, al contrario, donne e uomini davvero capaci, vengono relegati a ruoli marginali a causa di una rappresentazione in grado di ridicolizzarli.

Lo sforzo che dovremmo ognuno di noi compiere è restituire alla Politica dignità e nobiltà, superando i tentativi che tentano di demolire, irridere o ridicolizzare l’avversario: c’è ancora un mondo che è appassionato della Politica e che la celebra con il più assoluto e pragmatico rispetto e che ritiene ancora possibile il ritorno all’etica, necessario oggi più che mai. A partire dall’etica necessaria per il rispetto delle idee altrui.

Subito dopo è necessario iniziare a intendere la Libertà seguita da una diversa particella: “da” e non “di”. Ne avremmo tutti da guadagnare.

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2 pensiero su “Qual è il ruolo della Politica?”
  1. Torvo molto obbiettivi e illuminanti le considerszioni (gli articoli ) di Pulvirenti, sui diversi argomenti trattati. Mi sembra un ” notista” poilitico pìù che illuminante rispetto alla vera strategia che Renzi ha messo in atto per costringere Conti alle dimissioni.

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