Al di là delle tifoserie e delle dichiarazioni ritengo che questa sia “la” domanda che gli italiani di buon senso dovrebbero porsi. Essa implica analisi non esattamente “complesse”, ma nemmeno superficiali.

Chi sia Giuseppe Conte l’abbiamo illustrato in alcuni precedenti articoli così come abbiamo cercato di spiegare il perché la politica debba essere la bussola per evitare il definitivo naufragio della nostra nave che sta navigando non solo “a vista”, ma anche in un mare in tempesta.

Mi sembra, però, utile cercare di inquadrare, anche solo sommariamente, il contesto italiano, rapportandolo allo scacchiere internazionale e alle importanti modificazioni cui abbiamo assistito in queste settimane.

Limitare il ragionamento sui fatti nazionali, infatti, è mero provincialismo politico e, ovviamente, non si può sempre cercare di risolvere le questioni politiche sulla base del sentimento: è necessario utilizzare la ragione.

Giuseppe Conte, anche in questo suo secondo mandato, non ha mai del tutto reciso il filo, il legame con il sovranismo. Lo hanno dimostrato in qualche misura i fatti dell’agosto 2019, epoca in cui, forzando i riti istituzionali, ha autorizzato il capo dei servizi segreti italiani a riferire al ministro della giustizia statunitense Pelham Barr su improbabili coinvolgimenti dell’Italia in presunti complotti elettorali negli Stati Uniti ai danni di Donald Trump e lo ha dimostrato, forse ancora di più, il ritardo e l’opacità della posizione presa da Palazzo Chigi relativamente ai fatti del 6 gennaio a Capitol Hill.

Il legame Conte-Trump, rafforzato dalle reciproche ostentazioni di “amicizia” è reso ancora più verosimile e sospetto dalla ostinazione dimostrata nel voler mantenere a tutti i costi la delega sui Servizi Segreti: soltanto oggi, nel corso del noiosissimo e vuoto discorso a Montecitorio, avrebbe annunciato il conferimento di tale delega a un personaggio terzo. Vedremo.

Nello stesso discorso, tuttavia, Giuseppe Conte, nonostante si sia affannato nel dimostrare il suo europeismo e la sua affinità e lealtà all’alleato d’oltreoceano, non ha negato – anzi, lo ha enfatizzato – il rapporto con la Cina che ha definito “il nostro secondo alleato”.

Lo scacchiere internazionale, tuttavia, con l’ascesa di Joe Biden è profondamente cambiato e molti assetti subiranno nei prossimi mesi profonde variazioni: c’è da ricostruire il “peso” degli USA nell’area del mediterraneo e c’è, soprattutto, da bilanciare sul piano economico l’asse cino-russo, anche in ragione degli interventi di sostegno al reddito dei cittadini americani annunciati dal neopresidente che necessiteranno di un incremento del loro peso internazionale.

In tale contesto gli USA e l’Europa filo-atlantista necessitano (anche in Italia) di interlocutori affidabili e di alleati che possano dimostrare (e non solo a parole e proclami) il loro posizionamento.

Probabilmente Giuseppe Conte non è l’uomo giusto per mantenere i rapporti di “amicizia” con gli Stati Uniti anche (se non soprattutto) in forza dei partiti che sostengono il suo governo: il Movimento 5 Stelle, di dichiarata fede sovranista (nonostante i più recenti proclami “europeisti”) e con lo sguardo orientato alla Russia nonché Liberi & Uguali e il Partito Democratico che, almeno nelle componenti di sinistra-sinistra, non hanno storicamente visto negli Stati Uniti un alleato.

Dall’altra parte uomini come Matteo Renzi o Lorenzo Guerini possono vantare una solida amicizia coi democratici americani e hanno le giuste sensibilità per comprendere le aspettative di Biden e del suo staff.

Qualsiasi sia l’esito del voto al Senato di domani, sia che si trovino o meno i “responsabili”, sia che Italia Viva voti contro la fiducia o si astenga, il governo Conte (il terzo con tre maggioranze diverse) ne uscirà fortemente ridimensionato, soprattutto in politica estera e il nostro “Giuseppi” sarà relegato (nuovamente) a un ruolo di rappresentanza.

In ogni caso, qualsiasi sia l’esito (Conte-ter o Governo istituzionale), Italia Viva avrà ottenuto comunque un risultato.

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