Ricordate la campagna mediatica dei tempi del referendum costituzionale del 2016? Ricordate quanto intenso sia stato il battage giornalistico, televisivo, social? A quel tempo la campagna “contro” la riforma costituzionale (che pur avrebbe migliorato – e di molto – la vita istituzionale repubblicana) iniziò svariati mesi prima: non c’era momento in cui non si parlasse dell’abominevole Renzi e del suo tentativo di esautorare il Parlamento per trasformare lo Stato in una sorta di oligarchia più vicina a certi stati africani che non alle grandi democrazie europee. Bene, se ricordate quei tempi, provate a fare il paragone con lo spazio che, in queste settimane, è dato dai media alla vicenda referendaria sulla quale gli elettori saranno chiamati a esprimersi il 20 e 21 settembre prossimi: poco più di zero.
Personalmente mi viene il dubbio che questo silenzio possa in qualche modo essere strumentale per far passare sotto silenzio due fatti determinanti: il referendum non richiede quorum per cui non andare a votare significherà avvantaggiare il fronte del Sì che può contare su un esercito di zeloti indottrinati dalla Piattaforma Rousseau che andrà compatto a votare; il controllo dell’informazione non può permettersi di lasciare che i cittadini elettori comprendano i rischi racchiusi in questa riduzione dei parlamentari.
Nel meeting di Rimini, nel confronto dei leader politici moderato dal direttore di SkyTg24 è tuttavia emersa una delle ragioni più importanti perché si riduca il numero dei parlamentari. Non c’entra nulla il risparmio sul quale Luigi Di Maio si concentra nei suoi ridicoli post su Facebook in quanto – anche per questo aspetto – è stato sbugiardato da Cottarelli che ha calcolato un risparmio di 95 centesimi l’anno per ogni italiano; e c’entra ancora meno la “qualità” dei rappresentanti popolari in Parlamento perché la selezione dei candidati sarà impossibile considerate le aree vaste dei bacini elettorali. C’entra, invece – eccome se c’entra! –, la devoluzione dei poteri del parlamento in favore di organi di controllo (privati). Questo è sempre stato il principale e più importante obiettivo di Grillo e di Casaleggio, lo hanno teorizzato e messo in pratica: esautorare il Parlamento delle sue funzioni fino a trasportare tutta l’attività legislativa su sistemi informatizzati in grado, con l’utilizzo di complessi algoritmi, di interpretare non i bisogni (sarebbe già qualcosa) ma il sentire collettivo assecondando il quale diverrebbe semplice ottenere il favore del popolo.
Chi ha avuto la fortuna di leggere “1984” di George Orwell ricorderà l’episodio della razione giornaliera di cioccolata inizialmente dimezzata per essere poi aumentata di un terzo. E il popolo fu contento perché ottenne il miglioramento della razione solo qualche ora prima dimezzata. Questo fa la propaganda. Non per nulla tutti i regimi autoritari hanno un Ministero della Propaganda! E Di Maio è benissimo indirizzato a stuzzicare i bassi istinti del popolo: nel suo post del 21 agosto dice, infatti, lamentandosi della presa di coscienza dei cittadini che accusa di fomentare una campagna denigratoria, “Del resto dicevano lo stesso quando abbiamo tagliato i vitalizi. E ancora oggi qualcuno li considera un diritto dei parlamentari”. Bugiardo! I vitalizi sono stati definitivamente soppressi dal Governo Monti.
In realtà tale reale scopo, la volontà di esautorare il Parlamento, è (finalmente) trapelato e adesso gli elettori sono chiamati a valutare tra due (e due soltanto) opzioni: ridurre il Parlamento a una farsa oppure impedire questo scempio istituzionale. La questione è tutta qui.
E, allora, chiediamocelo tutti ancora una volta: il Parlamento serve ancora?
Il parlamento non arriva da Marte, ma è espressione di un popolo. Deve essere quello popolo a imporsi per farsi rispettare. Non c’è peggio che dare per scontata la libertà. Appena si abbassa Laguardia c’è sempre qualcuno che provera a toglierla
Grazie per il Suo Commento.
Purtroppo la libertà, che si esprime anche attraverso la rappresentanza parlamentare, la stiamo per svendere per un piatto di lenticchie o, meglio, per un caffè l’anno.