Non credo che possano esserci dubbi sul fatto che il segretario del Partito Democratico, del più importante Partito della sinistra italiana, abbia deciso non vincere le prossime elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento. È chiaro anche alle pietre che nei piani di Letta ci sia una pausa di legislatura, lontano dalle stanze del “potere”, lontano dal governo del Paese.

I segnali di questo orientamento ci sono tutti, ma il principale ritengo sia dare spazio eccessivo ai piccoli partiti alla sinistra del PD, compromettendo le intese con quelli di estrazione socialdemocratica. Il gioco che, a mio avviso, sta conducendo Letta sembra essere la garanzia di presenza in Parlamento a qualunque costo di alcuni nomi noti del panorama politico italiano, a spese tanto della vittoria elettorale, quanto del destino del Paese.

Del resto, il mantra della campagna elettorale non può essere il fallimentare porsi quale argine alla scalata della destra-destra di Palazzo Chigi; questa china altro non porta se non ulteriore consenso alla destra, intollerante e nazionalista, della Meloni e di Salvini, considerato che, ormai, anche Forza Italia, sembra essersi appiattita sulle medesime posizioni.

Inoltre, numerosi esponenti del Partito Democratico, la cui unica cosa sensata finora fatta è l’aver definitivamente chiuso al Movimento 5 Stelle, sembra che inizino a smentire sé stessi: manifestare perplessità sul proseguimento dell’azione politica di Mario Draghi (la cosiddetta Agenda Draghi) condotta fino a queste tumultuose settimane, che ha riportato l’Italia al prestigioso ruolo internazionale che le spetta, e fare di tutto e di più per attirare i (pochi) voti dei post-comunisti e dei fondamentalisti dell’ecologismo, unita alla apparente volontà di preservare pochi intimi nei cosiddetti collegi sicuri, significa perdere di vista l’interesse del Popolo per assecondare soluzioni utili esclusivamente alla ricostruzione del Partito.

Ci sono temi importanti per lo sviluppo del Paese che non possono essere ignorati da chi si accinge a competere con la destra-destra, aggressiva e determinata a conquistare Palazzo Chigi. Dalle politiche energetiche a quelle industriali, dalle posizioni sul welfare a quelle sanitarie, passando per la visione unitaria del Paese (a mio avviso a rischio) sono necessarie manifestazioni di interesse pubbliche, chiare e pragmatiche. In altre parole, vuole o non vuole il segretario Letta dire ai propri elettori cosa e come fare in merito alle risorse energetiche, dal nucleare pulito alla estrazione di gas dai giacimenti italiani? Vuole o non vuole dire quali piani sviluppare per salvaguardare e potenziare le principali industrie italiane, la manifatturiera, comprensiva della moda, e quella del turismo? Vuole o non vuole chiarire le sue posizioni nel merito delle politiche di welfare, ovvero mantenere il costosissimo e inutile reddito di cittadinanza oppure intervenire per assegnare sussidi a sostegno delle categorie davvero deboli? Vuole o non vuole finalmente illustrare come pensa di intervenire nelle politiche sanitarie considerato che nel nostro Paese, almeno finora, non c’è mai stato un vero e proprio piano industriale per la sanità pubblica che inizi dalla formazione e che si completi nella programmazione e nella distribuzione delle risorse (umane e tecnologiche)? Vuole o non vuole prendere posizione sulla frammentazione amministrativa del Paese insistendo sulla indissolubilità dello Stato Unitario oppure vuole continuare a incoraggiare l’autonomia differenziata, preludio della trasformazione in Stato Federale, magari con un sistema presidenziale?

Tutti questi temi, forse, non sono immediatamente comprensibili da chi, come si dice, non arriva alla fine del mese, ma certamente la soluzione di questi punti consentirebbe a chi ce l’ha di risolvere il problema.

Ora, se davvero Letta e tutto il centrosinistra volessero veramente porsi ad argine alla ascesa incontrollata della peggiore destra nazionalista di questi argomenti dovrebbe occuparsi piuttosto che assecondare veti incrociati, parlare di collegi sicuri e scialuppe di salvataggio. D’altra parte, gli elettori che si recheranno alle urne il 25 settembre prossimo, prima di barrare la casella, dovrebbero porsi il quesito sul modello di Stato che è loro proposto, se inseguire, dunque, un nazionalismo che guarda con insistenza all’Est europeo (tutto), oppure affidarsi a una socialdemocrazia attenta che si preoccupi di non lasciare indietro nessuno e di offrire a tutti i cittadini le medesime possibilità di sviluppo, di formazione, di assistenza sociale e sanitaria.

Il comportamento di Letta, tuttavia, lascia spazio a pochissimi dubbi sulle sue intenzioni: è come se il Partito Democratico avesse deciso di salvare la Regina senza preoccuparsi dell’incombente Scacco Matto che sta per subire. Potrebbe anche essere legittima una pausa di legislatura, un allontanamento dalle Istituzioni finalizzato alla ricomposizione del Partito, delle Idee e dei programmi. Tuttavia, in questo momento, c’è di mezzo la stabilità economica dell’Italia (le promesse fatte da Berlusconi, da Salvini e dalla Meloni sono assurde perché non ci dice con quali entrate intendano finanziarle) ed il futuro di diverse generazioni di italiani che subiranno lo Scacco Matto al posto di Letta.

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2 pensiero su “Perché Enrico Letta ha deciso di perdere le elezioni?”
  1. La sconfitta è quasi certa
    Prendere(x miracolo) il timone durante una tempesta… Non so se mi spiego… disse il paragadute
    Bisogna prima fare le fondamenda poi costruire sopra, adesso sotto ci stanno l. e sabbie mobili

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