Ieri mattina ho scritto che Enrico Letta si comporta, in questa competizione elettorale, come se avesse intenzione di perdere. Lo credo fermamente per le ragioni che ho esposto. Tuttavia, ritengo che il corpo elettorale del centro-sinistra e parecchi altri cittadini italiani non siano granché entusiasti all’idea che il Governo del Paese sia posto nelle mani di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini, considerato che, stante ai sondaggi, le posizioni moderate di Antonio Tajani appaiono parecchio marginali rispetto alle percentuali di consenso che Fratelli d’Italia e Lega registrano.

Ritengo che non sia entusiasta, non perché tema un inverosimile ritorno al totalitarismo e sciocchezze del genere, propagandate nei primissimi giorni di scioglimento delle Camere; il popolo del centrosinistra, piuttosto, non sarebbe entusiasta perché il centrodestra non sa governare. Le prove si riscontrano nei loro annunci elettorali per polarizzare consensi: i soliti mille euro di pensione per tutti, la solita flat tax e la solita pace fiscale, il milione di alberi per ammiccare al mondo ecologista, ecc. Nessuna parola spesa in merito alle risorse necessarie per fare tutto ciò (che sono, dai calcoli fatti dagli specialisti, esorbitanti) e nessuna parola spesa, per esempio, relativamente alle politiche sociali, industriali, energetiche o sanitarie. Insomma, come si dice, aria fritta.

Arrendersi a questa deriva, dunque, sarebbe un errore terribile non già per il fatto che il centrosinistra ridurrà i seggi in Parlamento dovendo in parecchi fare le valige e tornare alle proprie occupazioni; sarebbe un errore perché l’effetto inevitabile della vittoria elettorale della destra sarebbe lo sforamento di bilancio con ricadute economiche importanti che peseranno su parecchie generazioni future, sempre ché non si vada incontro – ed è una ipotesi tutt’altro che remota – a procedure di infrazione.

Che fare, dunque? I seggi, dopo la devastante riforma costituzionale di due anni fa, sono 400 alla camera e 200 al senato, dunque, per poter aspirare al governo del Paese, facendo i conti della serva e senza entrare troppo nei tecnicismi, sono necessari 201 e 101 seggi rispettivamente. È un risultato possibile? Al momento sembra proprio di no. Ci si deve allora arrendere? Anche questa volta la risposta è no.

Il Campo largo di Enrico Letta è fallimentare perché mette assieme posizioni politiche troppo distanti tra loro: Nicola Fratoianni con Carlo Calenda non hanno nulla in comune, tanto per fare un esempio chiaro; Luigi Di Maio, che sembra essersi trasformato in un democristiano della prima epoca, non condivide nulla con Eleonora Evi e con Angelo Bonelli.  Inoltre, tensioni ideologiche contrastanti, sono presenti anche dentro allo stesso Partito Democratico (che, per come la vedo io ha tradito ampiamente i presupposti fondativi): il massimalismo ideologico di taluni, governato dalla corrente di Goffredo Bettini, ha poco in comune con Base Riformista di Lorenzo Guerini. Insomma, se a destra c’è un minimo di sinergia all’interno della coalizione, a sinistra le cose, da questo punto di vista, vanno maluccio.

Resta il problema della conquista dei seggi. Non conosciamo al momento la composizione delle liste di Enrico Letta, né i collegi dove saranno posizionati i candidati, ma tutto lascerebbe presupporre che, con discreta probabilità, dalle competizioni elettorali saranno lasciati fuori parecchi esponenti della Base Riformista del PD; magari non i grossi nomi, ma il resto sarà sostanzialmente fatto fuori. E dunque?

Ormai da diverse settimane si parla dell’importanza del “centro” nelle democrazie. Aggiungerei che, attualmente, il centro, per essere credibile, deve avere come stella polare la socialdemocrazia. Ebbene, immaginare la formazione di un centro socialdemocratico, con dentro Base Riformista, Italia Viva, Azione, Più Europa e i pezzi importanti orfani di Forza Italia, consentirebbe la costituzione di una aggregazione di donne e uomini che, non solo parlano la stessa lingua, ma hanno progettualità e visione politica comune. Lo stesso senatore Andrea Marcucci (PD), in una agenzia uscita nel momento in cui Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini hanno lasciato Forza Italia ha formulato l’augurio della interlocuzione tra il Partito Democratico e tutte le forze europeiste capaci di difendere in campagna elettorale il lavoro di Mario Draghi.

La formazione di un centro socialdemocratico, che potrebbe legittimamente aspirare a percentuali superiori al 10-15%, certamente potrebbe non essere sufficiente per arginare l’ascesa di Giorgia Meloni, ma – con le opportune “desistenze” con il Partito Democratico e il posizionamento delle candidature nei collegi più sensibili alla voce socialdemocratica – potrebbe esitare in un successo che ridimensionerebbe di molto i consensi della destra estrema; tanto di Salvini quanto della Meloni.

Argomento non di secondo piano, inoltre, è l’errore strategico di Salvini e Berlusconi commesso con la sfiducia a Draghi in un momento delicatissimo per la politica energetica che, qualora non si concludessero con favorevole esito, penalizzerebbe in modo considerevole il settore industriale della nostra economia. Tale settore, come sappiamo, è localizzato prevalentemente nel Nord dell’Italia e coincide in larga misura con i bacini elettorali dei due politici responsabili di aver silurato Draghi. Questa incapacità politica di Berlusconi e Salvini giocherebbe tutta a favore di un ipotetico centro socialdemocratico, il quale potrebbe facilmente raccogliere consensi proprio dove la Lega e Forza Italia storicamente sono vincenti.

Del resto, le politiche di welfare proprie delle socialdemocrazie, potrebbero riscontrare consenso anche nel centro sud dell’Italia se ci si emancipasse dall’assistenzialismo di Stato e si trovassero formule fiscali idonee a facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro. Per esempio, una parte degli stanziamenti del Reddito di Cittadinanza potrebbero essere utilizzati per defiscalizzare per alcuni anni le nuove assunzioni.

Se si iniziasse a ragionare in questi termini, indicando con precisione gli interventi tecnici che si intendono realizzare e la si finisse di ventilare il rischio di improbabili ritorni di “fiamma”, forse Meloni e Salvini vedrebbero parecchio ridimensionato il loro consenso. D’altra parte, è il momento di mettere da parte personalismi e gelosie perché c’è di mezzo il futuro del Paese.

E, francamente, sarebbe anche ora!

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