Il Reddito di Cittadinanza (che non produce alcuna ricchezza per il Paese) costa, in media, 9 miliardi di euro per ogni anno.

In Italia, a fronte di 300 miliardi di salari lordi corrisposti in media ogni anno nel settore privato, lo Stato incassa circa 100 miliardi di contributi previdenziali e 80 miliardi di Irpef per un totale di 180 miliardi di euro a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori: dunque, il reale cuneo fiscale e contributivo nel settore privato è pari a 60%, ed è molto più alto del dato Ocse che si attesta nel 2021 al 46,5% (riferito alla retribuzione media di un lavoratore single), comunque tra i più elevati dei Paesi industrializzati. In questo rapporto il cuneo contributivo è maggiore perché pesa per il 33% mentre il cuneo fiscale è del 26 per cento (Il Sole 24 ore, 7 giugno 2022).

Il cuneo fiscale cui fa riferimento “Il Sole 24 ore” è la differenza tra il costo del lavoratore per l’impresa (compreso lo Stato per i dipendenti pubblici) e quanto quel lavoratore intasca, al netto della tassazione.

La riduzione del cuneo fiscale, dunque dei soldi che un lavoratore riceverebbe in più nella propria busta-paga a parità di esborso da parte del datore di lavoro, costa 3 miliardi per ogni punto percentuale. Pertanto, almeno una parte dei 9 miliardi utilizzati per il reddito di cittadinanza, avrebbero potuto essere utilizzati per ridurre di tre punti il costo del lavoro, favorendo il potere d’acquisto dei lavoratori e favorendo nuove assunzioni, tanto nel settore privato che in quello pubblico.

È naturale che le fasce di popolazione più deboli debbano ricevere adeguata protezione da parte dello Stato, ma estendere questi benefici a una platea di quasi quattro milioni di persone, in larga misura abili al lavoro, ma che molto spesso preferisce evitare di spostarsi fisicamente per lavorare o che ritiene il lavoro proposto non adeguato alla sua formazione o che – peggio – rifiuta di qualificarsi per pigrizia, ha determinato uno sperpero di danaro pubblico proveniente dalle tasse che pagano tutti i cittadini (che lavorano e che producono) senza precedenti, peraltro senza minimamente incrementare né la produttività, né la percentuale di occupazione. Anzi, molto spesso ostacolandola.

Le fasce di cittadini impossibilitati a svolgere un lavoro produttivo, utile alla società e al proprio nucleo familiare, devono essere protetti attraverso strumenti di welfare adeguati e responsabili che, almeno entro certi perimetri, possano comunque far leva sul lavoro: dallo “smart working” per chi sia impossibilito fisicamente a essere inserito nel tessuto produttivo fino a vere e proprie misure di assistenza economica per coloro che, nonostante qualsiasi sforzo, non abbiano possibilità alcuna di lavorare, o perché troppo vicini all’età pensionabile, o perché inabili a qualsiasi forma di attività produttiva.

Il primo articolo della nostra Costituzione, cita il Lavoro come elemento fondante dello Stato nel senso che la nostra Repubblica riconosce al Lavoro il ruolo sociale capace di conferire dignità a ogni cittadino e, in questi termini, il Reddito di Cittadinanza, che non è stato capace di creare un solo posto di lavoro, è esattamente contro tale principio costituzionale, giacché riduce tantissimi cittadini alla povertà lavorativa, trasformandoli in veri e propri mantenuti dello Stato.

Lo Stato non deve dare né lavoro, né sussidi (con le dovute eccezioni di chi, come detto prima, non è abile al lavoro); semmai deve adoperarsi per abbattere tutte le barriere che rendono difficile ottenere il lavoro. Deve, dunque, da una parte rendere l’assunzione di un lavoratore meno onerosa per l’imprenditore, anche attraverso la progressiva riduzione della tassazione e, dall’altra, favorire con ogni mezzo la formazione di lavoratori capaci di essere introdotti nel mondo lavorativo con adeguate competenze.

Un tempo non molto lontano, questo sistema è stato definito “Socialismo liberale” e forse è venuto il momento di rispolverare questi vecchi concetti.

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