Le trasformazioni sono processi lenti e, quasi sempre, iniziano dal linguaggio, dalla semantica. Fateci caso: quando perdiamo i sentimenti profondi che ci legano a una persona, smettiamo di utilizzare il verbo amare e scegliamo di dire, qualora necessario, un meno impegnativo ti voglio bene. E, analogamente a ciò che accade nella sfera privata, lo stesso succede nelle Istituzioni. Lo abbiamo visto con la Legge di devoluzione delle competenze sulla salute pubblica dallo Stato alle Regioni che ha trasformato, senza alterare l’acronimo, il Servizio in Sistema Sanitario Nazionale che, nei fatti, è tutt’altra cosa. Presto, diciamo nei prossimi cinque anni se gli eventi si allineassero, potremmo assistere a un’altra radicale trasformazione delle Istituzioni il cui seme è stato piantato qualche anno fa e sta iniziando a germogliare, partendo proprio dalla semantica.

Seguitemi in questo percorso di allineamento degli eventi.

In occasione delle scorse elezioni politiche del 2018, la Lega di Salvini ha inserito nel suo programma di governo la riduzione del numero dei parlamentari. La fonte è ufficiale ed è verificabile a questo link) e, non a caso, la riduzione del numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori) è inserito, a pagina 20 del programma elettorale, nel capitolo Autonomie e riforme istituzionali, immediatamente dopo il paragrafo Autonomia e Federalismo.

Il progetto della riduzione dei parlamentari è andato in porto grazie al contributo del Movimento 5 Stelle che, al contrario della Lega, non ha mai avuto nei suoi programmi tale contrazione di rappresentanza (si può controllare il programma del M5s per le politiche del 2018 a questo link) con la sciocca complicità del Partito Democratico di Zingaretti che, evidentemente, non ha compreso la trappola tesa da Salvini a tutto il Popolo italiano.

Conti alla mano, per poter cambiare il nostro assetto istituzionale, cioè per trasformare l’Italia da Repubblica Parlamentare a Stato Federale, serviranno alla Destra alla Camera circa 80 seggi maggioritari e circa 130 seggi uninominali (la metà al Senato) per ottenere la maggioranza qualificata, utile a cambiare la Costituzione. E questi numeri, stante i sondaggi, sono alla portata di mano per Salvini, Meloni e Berlusconi.

La semantica e i giri di parole di un consistente numero di parlamentari di tutti i colori (tranne pochi), dal giallo al rosso, dal verde all’azzurro fino al nero, ha giocato e gioca un ruolo determinante in questo processo di trasformazione, nato più di trent’anni fa dalla visione “federale” di Miglio (teorico della Lega Nord) e di Umberto Bossi: termini quali Governatore e Autonomia Differenziata, rappresentano l’ultimo passo per la trasformazione definitiva del nostro Stato.

Del resto, il primo governo di questa legislatura, non a caso è stato formato unendo le forze della Lega e del Movimento 5 Stelle: soltanto una lettura incompleta e superficiale può averlo immaginato come casuale. Basterebbe leggere e far tesoro di quanto documentato da Iacoboni nei suoi due lavori sul M5s per comprendere quanto Bossi e Casaleggio e, dunque, Lega e M5s, siano su posizioni assolutamente vicine, se non sovrapponibili.

Soltanto personalità di infimo spessore intellettuale e politico possono non rendersi conto del rischio che si corre in questo momento: un eventuale governo Meloni (o Salvini, ma non cambia) non rappresenterebbe un rischio né per l’Europa, né per la stabilità atlantica, né una deriva autoritaria; piuttosto, rappresenterebbe l’elemento di frattura di quella unità nazionale invocata esclusivamente ai fini elettorali dalla Lega, da Fratelli d’Italia e da Forza Italia, ormai definitivamente appiattita sulle posizioni degli altri due leader del centro destra.

Il rischio, quello vero, che corrono gli italiani con questa particolare destra al potere, è la trasformazione del nostro Stato Unitario in uno Federale del quale termini come Governatore al posto di Presidente di Regione e Autonomia Differenziata rappresentano soltanto il prologo. Lo svolgimento del tema politico sarà la differenziazione fiscale, la differenziazione infrastrutturale (come se già non bastasse l’enorme sperequazione della rete delle infrastrutture tra Nord e Sud del Paese) e, ovviamente e principalmente, la differenziazione delle risorse comunitarie, ovvero dei fondi del PNRR.

I siciliani, i calabresi, i meridionali in generale, ma anche gli abruzzesi i laziali, i campani che sono orientati a concedere il proprio voto a questa destra di Meloni e Salvini (e Berlusconi), farebbero bene a prendere in seria considerazione questa possibilità perché non solo è verosimile, ma è anche dichiarata nei documenti ufficiali.

Smettiamo dunque di ventilare rischi inesistenti, paure di fascismo o di derive autoritarie. Il vero rischio del Paese è la frammentazione dell’Unità nazionale, tanto faticosamente conquistata.

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