Quand’ero adolescente, così come tante mie coetanee e miei coetanei, ho frequentato quel mondo variopinto di personalità che gira attorno alle parrocchie; tra una “schitarrata” e qualche accordo imparato su un organo a pedali (oggi non se ne vedono quasi più) si trascorrevano i pomeriggi che, di tanto in tanto, erano interrotti dalle conversazioni con gli individui in abito talare (i preti, per capirci). Parecchi dei miei amici di allora evitavano queste conversazioni; io le ritenevo interessanti e stimolo alla mia (già di allora) voglia di capire.

Ricordo molto bene una conversazione con un sacerdote cattolico fatta a proposito delle tentazioni o, meglio, di come noi “moderni” – io sostenevo – dovremmo cercare considerare normali certe tentazioni. Non si parlava di tentazioni “carnali” ma del concetto più ampio di “tentazione” intesa come difficoltà di resistere alla seduzione. In quell’occasione il prete mi citò un aforisma di Baudelaire: “la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esista”. Tanti anni sono passati da allora, non frequento più gli ambienti clericali e, nel frattempo, ho rivisitato più volte il concetto di “diavolo” arrivando a elaborare la mia personale visione di ciò che è bene e ciò che è male, riuscendo a comprendere che sono cose diverse dal buono e cattivo; l’idea dell’astuzia del diavolo, però, ha continuato a essere una specie di sottofondo nella mia elaborazione di pensieri e ragionamenti complessi. Negli anni, poi, mi sono appassionato alla storia, alla politica ed ho notato una evoluzione dei regimi che molto ha a che fare con l’astuzia del diavolo.

La storia dell’umanità è solo da molto poco libera (almeno nel mondo occidentale) dalle tirannie. In un passato non tanto remoto i “tiranni” hanno esercitato il loro potere sul popolo attraverso mezzi coercitivi (anche fisici) che hanno reso facile la loro identificazione, sia per il popolo che quella tirannia l’ha subita, sia nel racconto storico. Riconoscere il tiranno, il despota – in una parola: il male – è facile quando si manifesta in modo esplicito e manifesto, quando obbliga con metodi autoritari o violenti. Ma che succede nel momento in cui la tirannia impone scelte facendo credere al popolo che quelle scelte siano frutto della espressione della libertà? Che cosa succede quando la tirannia esercita il proprio potere manipolando le coscienze degli uomini, instillando lentamente, giorno dopo giorno, paure ed odio? Che cosa succede quando, grazie alla interconnessione nella quale tutti noi siamo ormai immersi, elaborati sistemi ingoiano e digeriscono tonnellate di dati – fotografia delle nostre sensazioni (vero o finte che siano) – per poi defecare decisioni preconfezionate che sono incessantemente, goccia a goccia, instillate nei nostri pensieri, un po’ alla volta affinché tutti possano pensare di essere autonomi in quei pensieri mentre essi sono, al contrario, già elaborati altrove? Sarebbe questa una tirannia diversa da quelle che la storia ci ha consegnato soltanto perché al posto della coercizione e della violenza è stata utilizzata la manipolazione del pensiero?

Io non ce l’ho una risposta al quesito. Forse ci stiamo tutti muovendo verso la definitiva perdita delle nostre libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero che soffochiamo in noi per evitare di apparire diversi, allucinati, folli. «I cani non vedono i colori. Ma se uno di loro fosse in grado di vedere l’arcobaleno, sarebbe ritenuto folle dagli altri cani». È una battuta tratta da un film hollywoodiano di qualche anno fa. Non ho la pretesa di essere il cane che vede l’arcobaleno; intravedo appena, però, il disegno perverso di un comico e di un informatico che, forse inconsapevolmente, stanno esercitando questa tirannia sul popolo attraverso il minuzioso controllo degli istinti, senza violenza fisica, ma inducendo la gente a ritenere proprie le decisioni che loro hanno già preso in altri luoghi, in una ristretta oligarchia che potrebbe in poco tempo avere il pieno controllo delle nostre vite.

L’astuzia del diavolo oggi probabilmente non è più quella dell’aforisma di Baudelaire e del prete che me l’ha descritta tanti anni fa; l’astuzia del diavolo (ammesso che esista) è oggi confondere il buono con il bene e far passare la perdita delle nostre libertà come scelta democratica.
Attenzione!

3 pensiero su “L’astuzia del diavolo”
  1. Grazie per questi importanti spunti di riflessione!
    La manipolazione del pensiero è effettivamente,oggi, la forma di schiavitù più subdola e pericolosa generatasi dalla stessa evoluzione dell’essere umano; non si è più di fronte al desposta di una volta (le cui fattezze abbiamo imparato a riconoscere dalla storia) ma davanti ad altro tipo, non sempre facile da riconoscere, che spesso cavalca il malcontento ma, soprattutto,la paura del popolo.
    Un caro saluto

    1. Grazie per il commento.
      Oggi viviamo in un’epoca nella quale il controllo dei mezzi di informazione è molto diverso da quello di 30 o 40 anni fa. I mezzi di informazione, sapientemente utilizzati, incidono nelle scelte politiche e sociali dei cittadini (di tutto il mondo). Ritengo sia una difesa della Libertà contribuire a fare ragionare. Non so se ci riuscirò, ma credo che tentare valga la pena.

  2. Caro Fabrizio complimenti per questi spunti di riflessione, propri di un essere pensante, che si pone importanti interrogativi riguardo il concetto di libertà. La mia esperienza mi porta a concludere che la vera libertà è quella interiore che nessun regime o sistema può manovrare perché frutto di un lavorio interiore a cui l’uomo può giungere attraverso svariati percorsi che la vita ci mette a disposizione. Ciò non significa che siamo esenti dalle tentazioni del diavolo, ma sicuramente gli rendiamo il suo operare più difficile. Ciao.

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