Il 16 luglio la Camera ha approvato la nuova legge elettorale, ribattezzata “Stabilicum” dalla maggioranza e “Melonellum” dalle opposizioni. 217 sì, 152 no, voto segreto. Il testo passa ora al Senato.

Vale la pena fermarsi, perché quello che sta per cambiare non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. È il modo in cui gli italiani sceglieranno, o meglio non sceglieranno più, chi li rappresenta in Parlamento.

Partiamo da un equivoco che la stessa maggioranza ha alimentato nei giorni scorsi, quando sembrava in discussione un compromesso sulle preferenze. Un emendamento di Fratelli d’Italia proponeva un capolista bloccato, comunque scelto dal partito, più fino a tre preferenze per gli elettori. Sarebbe già stata una preferenza dimezzata, perché nei collegi dei partiti piccoli il capolista blindato avrebbe assorbito quasi tutti i seggi disponibili, lasciando alle preferenze un ruolo residuale. Ebbene, nemmeno questo compromesso è passato. L’Aula lo ha bocciato per un solo voto, 188 contro 187, a scrutinio segreto, con franchi tiratori anche nella maggioranza. Il risultato è un testo che non contiene nessuna preferenza. Zero. L’elettore sceglierà un simbolo sulla scheda. Chi va in Parlamento lo decidono le segreterie, attraverso l’ordine in cui i nomi vengono collocati nella lista.

Questo è il cuore del problema, ed è più grave di quanto la sigla “liste bloccate” lasci intuire. Un candidato inserito nel listino circoscrizionale, quello attraverso cui viene distribuito il premio di maggioranza, deve comunque presentarsi anche in un collegio plurinominale della stessa circoscrizione. Ma la sostanza non cambia: l’elettore non traccia nessun segno su nessun nome, sceglie un contrassegno e il partito decide chi, tra i propri fedelissimi, riempie i seggi assegnati. Continuiamo a mantenere un Parlamento di nominati, esattamente come accadeva con il Porcellum, la legge che la Corte Costituzionale dichiarò in parte incostituzionale nel 2014 proprio per l’assenza di preferenze e per l’eccesso del premio di maggioranza. Non è un dettaglio che la storia si ripeta con lo stesso identico argomento.

Le liste bloccate non sono solo un problema di metodo. Sono una delle cause profonde della disaffezione degli italiani dalle urne. Quando un cittadino sa che il suo voto serve solo a scegliere tra simboli e che il nome della persona che lo rappresenterà è già stato deciso altrove, la partecipazione cala. E non per pigrizia. Cala perché il voto perde significato. Le percentuali di astensione crescenti alle ultime tornate elettorali non sono un mistero, sono la conseguenza logica di un sistema che ha progressivamente allontanato l’elettore dalla scelta della persona, riducendolo a spettatore di un’operazione che si consuma tra le segreterie.

E qui arriva il punto costituzionale, quello che nessuno slogan da campagna elettorale riesce a sintetizzare in un post. La nostra Costituzione, all’articolo 1, dice che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione stessa. Non dice che la sovranità appartiene alla stabilità di governo! La stabilità è un valore, certo, ma è un valore strumentale, non il fine ultimo dell’ordinamento repubblicano. Il fine è la rappresentanza. Una legge elettorale che sacrifica sistematicamente la rappresentanza sull’altare della governabilità inverte la gerarchia costituzionale dei valori, anche quando lo fa con margini di voto regolari e maggioranze parlamentari legittime.

E il contesto in cui questa ulteriore blindatura arriva non è neutro. Nel 2020 abbiamo già ridotto il numero dei parlamentari, da 945 a 600, restringendo il numero di persone che possono rappresentare milioni di cittadini. Ora, sugli eletti che restano, togliamo anche l’ultimo margine di scelta diretta. Il risultato non è un Parlamento più snello ed efficiente. È un Parlamento più piccolo e più commissariato dalle segreterie, due processi che si sommano invece di compensarsi.

Non sorprende che alcuni costituzionalisti, tra cui Massimo Villone, abbiano parlato apertamente di un piano inclinato verso derive autoritarie e che sia già stata annunciata una raccolta di ricorsi nei tribunali per arrivare a un nuovo giudizio della Corte Costituzionale, lo stesso destino toccato al Porcellum. La storia, quando si ripete con gli stessi errori, di solito non lo fa per caso.

Il testo ora passa al Senato, dove qualcosa potrebbe ancora cambiare. Ma il punto politico è già scritto: questa maggioranza, di fronte alla scelta tra dare più potere agli elettori o più potere alle segreterie, ha scelto le segreterie. E lo ha fatto proprio mentre si moltiplicano, tra autonomia differenziata e riforma della rete ospedaliera, i segnali di un disegno più ampio, quello di ridurre progressivamente lo spazio in cui i cittadini, soprattutto i più deboli e i più lontani dai centri decisionali, contano davvero qualcosa.

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