Il 25 aprile è la Festa della Liberazione ed è una giornata istituzionale, con cortei e discorsi ufficiali, ma, da ottant’anni, la narrazione di quel giorno ha un solo padrone.

La Resistenza, nella memoria pubblica italiana, ha il colore rosso dei fazzoletti delle brigate Garibaldi, il rosso dei partiti che da quella stagione trassero la loro legittimità storica. Tutto il resto – le formazioni cattoliche, i liberali, i monarchici, gli autonomi di ogni tendenza – è rimasto ai margini del racconto collettivo, citato distrattamente nei libri di testo, ignorato nelle piazze.

Eppure, la Resistenza italiana fu plurale. Lo dicono i numeri, lo dicono gli archivi, lo dice la storia quando viene letta senza il filtro dell’ideologia. E tra le componenti più numerose, più radicate nel territorio e più trascurate dalla memoria ufficiale, ci furono le Divisioni Alpine autonome, i partigiani che portarono il fazzoletto verde. Ma ci furono anche cattolici, monarchici, liberali, tutti accomunati dal dato elementare di essere antifascisti, ma anche anticomunisti. E questa seconda caratteristica, nell’Italia del dopoguerra, sembra essere stata sufficiente per essere espunti dalla storia.

Chi erano i fazzoletti verdi

Il colore non fu casuale. Verde come i boschi delle Alpi e dell’Appennino, verde come i colori delle formazioni che si riconobbero nel Corpo Volontari della Libertà ma rifiutarono di sciogliersi nelle brigate comuniste. Le formazioni autonome – così vennero chiamate nel gergo partigiano dell’epoca – raccolsero chi non volle combattere in nome di una rivoluzione, ma per liberare il Paese dall’occupazione nazifascista e per riconsegnarlo, a guerra finita, a un ordine democratico e plurale.

Tra le più importanti ci furono le Divisioni Alpine Autonome. Attive soprattutto in Piemonte, in Valle d’Aosta, sulle Prealpi lombarde e venete, contarono decine di migliaia di combattenti. La sola Divisione Autonoma “Piemonte” arrivò ad avere oltre quindicimila uomini nei mesi finali della guerra. Le formazioni di Enrico Martini Mauri, nome di battaglia “Barbarossa”, operarono nell’Ossola, nel Biellese e nel Cuneese con una coerenza organizzativa che non ebbe nulla da invidiare alle brigate Garibaldi. Martini Mauri fu un ufficiale dell’esercito, monarchico convinto, cattolico, dunque l’archetipo del partigiano che la storiografia comunista faticò sistematicamente a mettere a fuoco.

Accanto a loro, le formazioni delle Fiamme Verdi, espressione diretta del mondo cattolico e di settori dell’associazionismo cristiano. Presenti in Lombardia, Veneto, Trentino, Emilia. Ispirate da parroci, ex ufficiali, giovani delle organizzazioni cattoliche. Non combatterono meno degli altri, combatterono diversamente, con una matrice valoriale che fu quella della Democrazia Cristiana in formazione, dell’antifascismo che non si traduceva in anticapitalismo.

I numeri che la retorica ha dimenticato

Secondo le stime più accreditate del Corpo Volontari della Libertà – l’organismo che coordinò tutte le formazioni partigiane con l’avallo del Comitato di Liberazione Nazionale – alla fine del conflitto le formazioni autonome rappresentarono circa il 30-35 per cento del totale dei combattenti partigiani riconosciuti. Le brigate Garibaldi furono le più numerose, attorno al 45-50 per cento. Ma la restante metà del movimento non fu comunista, non fu socialista. Fu qualcosa che la narrativa postbellica faticò a contenere in una formula comoda.

I caduti non hanno colore politico. Ma le cerimonie sì! E per decenni le piazze del 25 aprile videro l’ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – che portava nel nome stesso l’eredità di una componente e nella pratica la subordinazione delle altre. Non è una critica alla resistenza comunista, che fu reale, coraggiosa e pagò un prezzo di sangue altissimo. È una critica alla costruzione di una memoria selettiva che tolse spazio, voce e dignità pubblica a chi aveva combattuto sullo stesso fronte con motivazioni diverse.

Enrico Martini Mauri e l’Ossola libera

C’è un episodio che sintetizza meglio di molti altri la dimensione e il significato delle formazioni autonome. Nel settembre del 1944, le vallate dell’Ossola vennero liberate dai partigiani. Per quarantatré giorni, dal 10 settembre al 23 ottobre, il territorio fu amministrato come una zona libera, con un governo provvisorio, elezioni amministrative, libertà di stampa. Fu la prima esperienza di autogoverno democratico nell’Italia occupata.

Le formazioni che ressero militarmente quell’esperienza furono in larga parte autonome. Martini Mauri ne fu il perno. Quando i tedeschi riconquistarono l’Ossola, i partigiani si ritirarono sulle montagne e ripresero la guerriglia. Ma quella parentesi di quarantatré giorni dimostrò che i fazzoletti verdi non erano semplicemente anticomunisti per reazione o per calcolo. Avevano una visione politica propria, democratica, pluralista, che non aveva bisogno del collante ideologico marxista per funzionare.

Martini Mauri sopravvisse alla guerra. Morì nel 1977, decorato, rispettato in certi ambienti, sostanzialmente dimenticato da quelli che contano. La sua figura non entrò mai nel canone della memoria resistenziale ufficiale con il peso che meritava.

Il dopoguerra e il sequestro della memoria

La questione non riguarda solo la giustizia storica verso i singoli combattenti. Riguarda il modo in cui l’Italia costruì la propria identità repubblicana. La narrazione resistenziale comunista ebbe una struttura logica precisa: la Resistenza come preludio alla rivoluzione mancata, il 25 aprile come data di fondazione di una sinistra che si sentiva legittimata dalla storia a governare il futuro. Quella narrazione aveva bisogno di un nemico – il fascismo – e di un protagonista esclusivo, il movimento operaio organizzato. Non ci fu spazio strutturale per i cattolici armati, per i monarchici che avevano combattuto sui monti, per i liberali che avevano scelto la montagna invece della resa.

L’ANPI, fondata nel 1944, divenne rapidamente l’organizzazione-ombrello della memoria partigiana, ma con un peso specifico che rifletteva la composizione politica della sua direzione. Le formazioni autonome confluirono in parte nell’FIVL – la Federazione Italiana Volontari della Libertà – che però non ottenne mai la stessa centralità simbolica, la stessa presenza nei libri di testo, lo stesso accesso ai riti civili della Repubblica.

Nei decenni successivi, il Partito Comunista Italiano costruì attorno alla Resistenza una delle sue narrazioni fondanti. Tuttavia, l’effetto collaterale fu la progressiva sparizione dalla memoria collettiva di tutto ciò che non si riconobbe in quella narrazione. I fazzoletti verdi, al pari di tutti gli altri, diventarono una nota a piè di pagina.

I fazzoletti azzurri e la democrazia che non fu

L’altro colore nella Resistenza che la memoria ufficiale ha trattato con analoga distrazione è l’azzurro delle brigate di Giustizia e Libertà. Nate dal movimento omonimo fondato a Parigi nel 1929 da Carlo Rosselli e dai fuoriusciti antifascisti, quelle formazioni portarono sui monti una cultura politica che non aveva equivalenti nel panorama italiano dell’epoca: liberalismo e socialismo tenuti insieme non per compromesso tattico, ma per convinzione intellettuale. Rosselli era stato assassinato nel 1937, insieme al fratello Nello, da sicari su mandato del regime fascista. Le sue brigate combatterono lo stesso in suo nome.

Il Partito d’Azione, che di Giustizia e Libertà fu l’erede diretto nella stagione resistenziale, raccolse alcuni degli intelletti più acuti dell’antifascismo italiano: Ferruccio Parri, che divenne il primo presidente del Consiglio del dopoguerra, Ugo La Malfa, Altiero Spinelli, Leo Valiani. Era un partito laico, repubblicano, riformista in senso liberale. Nelle elezioni del 1946 prese meno del due per cento e si sciolse l’anno dopo. Fu un fallimento elettorale, ma anche la sconfitta di una possibilità. In un sistema politico che si andava polarizzando tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, non c’era spazio per una forza che non si riconoscesse in nessuno dei due blocchi.

È lecito chiedersi cosa sarebbe potuto diventare quel filone politico in un’Italia diversa, in cui la memoria della Resistenza fosse stata davvero plurale. Un liberalismo dei diritti civili capace di radicarsi prima e più in profondità. Una cultura politica laica e riformista che non dovesse aspettare gli anni Settanta e il Partito Radicale di Marco Pannella per trovare una voce riconoscibile nel dibattito pubblico. Il monopolio comunista sulla narrazione resistenziale non danneggiò solo i fazzoletti verdi, ma impoverì l’intera gamma delle possibilità politiche che quella stagione aveva aperto.

Una memoria ancora aperta

Qualcosa, però, negli ultimi anni, sta cambiando. Gli storici, a partire da quelli non organici alla tradizione storiografica di sinistra, hanno restituito dignità e spazio alle formazioni autonome. Giampaolo Pansa, con il suo lavoro scomodo sul dopoguerra, contribuì a rompere un tabù. Ricerche locali, spesso condotte da storici legati alle comunità di montagna dove quei partigiani combatterono, riportarono alla luce archivi e testimonianze che ridisegnarono la mappa della Resistenza in modo molto più plurale di quanto la vulgata ammettesse.

Ma le piazze del 25 aprile raccontano ancora una storia parziale. I fazzoletti verdi non sfilano, o sfilano poco e male. Le Fiamme Verdi non hanno un’eco paragonabile alle brigate Garibaldi nella memoria pubblica. Enrico Martini Mauri non è un nome che i ragazzi delle scuole italiane imparano a riconoscere.

Ottant’anni dopo, la Liberazione è ancora divisa. Non tra chi era dalla parte giusta e chi no; quella divisione è chiara, e i partigiani verdi, così come i fazzoletti azzurri, stettero dalla stessa parte di quelli rossi. Ma tra chi ebbe il potere di scrivere la storia e chi rimase fuori dalla stanza in cui quella storia venne scritta.

Restituire ai fazzoletti verdi, ai fazzoletti azzurri e a tutti colorono che parteciparono alla Liberazione il posto che meritano nella memoria del 25 aprile non è un’operazione nostalgica, né tantomeno revisionista in senso deteriore. È semplicemente – e finalmente – fare i conti con quello che accadde davvero.

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