La “grillizzazione” del partito democratico e la “politicizzazione” del Movimento 5 Stelle sembrano procedere a passi spediti, apparentemente senza ostacoli insormontabili, senza che le loro basi elettorali abbiano potuto non dico deliberare, ma almeno essere ascoltate. Unite nel sostegno, verosimilmente scontato, al prof. Giuseppe Conte, i passi federativi delle rispettive forze parlamentari sono robustamente diretti alla convergenza verso l’unica forza della sinistra parlamentare che è rimasta esattamente dove si trovava all’inizio della legislatura, Liberi e Uguali.

Essendo la società in movimento per definizione, ciò che in politica resta immobile rispetto al cambiamento è una contraddizione in termini. Questo principio è fondamentale per la vita stessa di un partito. Lo è a maggior ragione in un partito di sinistra. Lo dimostra la viva determinazione delle parole pronunciate da un giovane e preparato uomo politico. Esse lasciano trasparire la sua visione riformista e il coraggio di proseguire il percorso di maturazione della sinistra italiana.

«Insieme, abbiamo voluto dar vita ad un partito nuovo: per fisionomia organizzativa, per orientamento politico e programmatico, per orizzonte ideale e culturale».

«Nessun riformismo può essere fondato su lavori “precari” e su “vite di scarto”, oggi condizione comune per milioni di lavoratori. È quello che succede, se non ci sono le giuste indennità di disoccupazione, se non ci sono gli adeguati percorsi di formazione, se non si torna all’idea che forme di contratto a tempo indeterminato sono normali».

«Costruire uguaglianza di opportunità e (di) rompere quell’immobilismo sociale che mortifica le persone e frena il Paese».

«I paesi come il nostro, che non riescono a riformarsi e ad innovare, non ce la fanno né a tenere il passo con gli altri nella crescita e nello sviluppo e nemmeno non dico a garantire l’uguaglianza, ma almeno a ridurre le disuguaglianze».

«Per essere ancora più chiari: se l’economia va male, non ci può essere giustizia sociale»

«Se qualcuno mi chiedesse qual è, guardando in Europa (il sistema politico, ndr), quello che preferisco, risponderei quello francese. Tutto: sistema istituzionale e legge elettorale […] una sola Camera legislativa, la metà dei parlamentari nazionali, più poteri al premier, più velocità di approvazione per le leggi proposte da chi governa».

L’autore di queste parole non è il senatore Matteo Renzi e nemmeno un dirigente di Italia Viva. Sono parole pronunciate da Walter Veltroni, in occasione della chiusura dell’Assemblea Costituente del Partito Democratico, il 27 ottobre 2007.

In nessun passaggio del suo discorso, Veltroni ha fatto riferimento al ritorno alla visione massimalista della sinistra. Anzi. Il termine “riformismo”, variamente declinato, nelle 14 cartelle dattiloscritte, compare ben 14 volte e in nessuna parte emerge la volontà, neanche accennata o sottintesa, di un ritorno al comunismo.

In quel discorso, che è bene rileggere dopo la notizia della formazione dell’intergruppo LeU+M5s+PD, si parla di riforme, di rilancio, di una nuova visione del Paese e dello Stato che lo regolamenta.

A ben valutare le parole di Veltroni del 2007, l’intera azione di governo e l’intero impianto politico di Matteo Renzi, tanto da segretario del Partito Democratico, quanto da fondatore di Italia Viva, ha proseguito in quel solco tracciato da Franceschini, Prodi, Fassino e dallo stesso Veltroni nel 2007. Eppure, i fedeli della sinistra radicale continuano a sostenere che Renzi abbia tradito i valori della sinistra, abbia deviato dalle linee programmatiche, abbia costruito una realtà politica di destra, anzi “amica delle destre” per usare le parole care a certi ambienti.

È vero o no? Davvero Renzi ha architettato un percorso demolitivo del progressismo italiano? Oppure è vero che la minoranza comunista del maggiore partito della sinistra italiana, che si opponeva a quel cambiamento, ha saputo sfruttare i propri canali di persuasione sociale per demonizzare un’importante opera di maturazione politica? È lecito chiedersi perché mai avrebbe dovuto farlo. La risposta è che quel percorso di maturazione politica avrebbe reso, allo stesso tempo l’Italia un Paese moderno, e il comunismo un ricordo del passato.

Un’Italia moderna e davvero europea, in cui il comunismo come spinta massimalista e anticapitalistica fosse ridimensionato a semplice capitolo dei libri di storia, sarebbe un Paese in cui i lavoratori smetterebbero di essere visti come una massa da sollevare all’occorrenza, sventolando paroloni antistorici vuoti, utili solo per prendere voti. Sarebbe un Paese in cui l’offerta politica di sinistra, incentrata sulla socialdemocrazia europea, richiederebbe un impegno sociale serio, la capacità di ascoltare e ritrovare l’incontro personale con gli elettori, per ricostruire quel legame di sentimento attorno ai principi progressisti che rappresentano il futuro. Per fare tutto questo ci vuole impegno e capacità. Entrambi ingredienti che spaventano, soprattutto chi non può disporne.

Dunque, tanto meglio resistere e destrutturare l’intero impianto programmatico del Partito Democratico e riportare la sinistra italiana alla visione “pre-Costituente”, massimalista. Così da far sopravvivere i principi della vecchia sinistra italiana, comunista, antisistema e fintamente democratica. Questo rinnegare i valori del progresso culturale italiano va solo a danno delle persone che alcuni dichiarano di voler tutelare. Ed è proprio in questo senso che va la direzione federativa o unificante con l’estrema sinistra di Liberi e Uguali e con la maggior parte del Movimento 5 Stelle.

Definire Matteo Renzi come “uomo di destra”, così come spesso si sente dire, si legge e si sottintende, significa non avere compreso nemmeno una parola del programma fondativo del Partito Democratico. Significa, inoltre, ignorare deliberatamente l’opinione di milioni di elettrici e di elettori che, in quegli anni, hanno votato esprimendo la propria volontà di dare vita a un soggetto politico nuovo, capace di affrontare le sfide della società.

Il riformismo, dunque, è nelle corde del Partito Democratico fin dalle origini, il comunismo no. Nell’atteggiamento dialogante di Veltroni e di Renzi si riscontra ancora il riformismo di Turati e negarlo significa negare l’analisi delle fonti storiche, che troverà spazio molto a breve in una dissertazione circostanziata

Sembra inevitabile concludere ponendo un ineludibile interrogativo.
L’abbraccio mortale con il massimalismo e il populismo (plasticamente rappresentate da LeU e M5s) è proprio ciò che il Partito Democratico dichiarava di voler fare alla sua nascita?

Se la risposta è si, perché allora è stato fondato? Si sarebbe potuti rimanere nel PDS o nel PCI.
Se la risposta è no, come appare evidente, il tradimento non è di Italia Viva, ma di qualcun altro.

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7 pensiero su “Transizioni e Tradimenti (dalla “transizione ecologica” alla “transizione populista”)”
  1. Sono delle bellissime idee e speriamo che oltre a Renzi ci siano tanti movimenti culturali che le portino avanti e soprattutto anche giornalisti seri come lei sig Fabrizio

  2. Carissimo Fabrizio condivido il tuo pensiero e l’eccezionale chiarezza con la quale lo esponi. Hai la mia totale approvazione e mi auguro che nel proseguio possiamo avere ancora mille cose in comune da dire e far valere.
    Cordiali saluti e buon lavoro.

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