In questi giorni di frenetica corsa alle alleanze in vista delle elezioni politiche del 25 settembre, ci siamo sentiti più volte raccontare la solita filastrocca del voto utile, equamente declinata dal centrosinistra e dalla destra.

Il pensiero nella mia mente ha assunto un certo carattere di ridondanza perché i conti non mi tornano. E mi tornano ancora meno dopo il patto siglato da Calenda-Bonino con Letta.

Se, infatti, da una parte, ogni voto sottratto alla destra di Salvini e Meloni potrebbe contribuire ad arginare il rischio delle modifiche costituzionali (Repubblica Federale con impianto presidenziale, ne abbiamo parlato), dall’altra mi pongo alcune domande che ogni elettore in grado di elaborare un minimo di analisi (non tantissima, solo un minimo), dovrebbe porsi.

I sondaggi (per quello che valgono in generale e soprattutto in questa fase di enorme confusione) danno, con ampio differenziale, la vittoria di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini. Va bene. Dall’altra parte dello schieramento, Enrico Letta ha cercato di riempire il suo contenitore con Azione e +Europa, cercando di attirare il consenso dei “delusi” da Forza Italia per l’eccessivo appiattimento del partito di Silvio Berlusconi su politiche certamente più radicali; sarebbe da dimostrare che tale appiattimento non sia nell’interesse di Berlusconi (suo, non dei suoi elettori), ma è un discorso che faremo eventualmente un’altra volta. Il segretario del Partito Democratico, tuttavia, nonostante abbia incorporato Calenda, continua (almeno fino a ora) a tenere dentro anche l’estrema sinistra di Fratoianni e il gruppo dei verdi di Bonelli.

Ora, ammesso che le proiezioni che danno per certo l’aumento di una quindicina di seggi al PD grazie all’arruolamento di Calenda nel progetto siano corrette, gli stessi sondaggi, le stesse proiezioni direbbero che, proprio a causa di tale arruolamento, il centro sinistra potrebbe perderne tra 12 e 14. Quindi una operazione a somma zero!

Ipotizziamo, però, che tali sondaggi siano tutti farlocchi ed ammettiamo che il 26 settembre, grazie alle operazioni di persuasione di Letta gli italiani si convincano che la scelta giusta sia dare fiducia alla sua coalizione. E, mettiamo che, grazie a queste quasi impossibili operazioni di persuasione, la coalizione di centro-sinistra (è difficile che accada, ma proviamo a immaginarlo) raggiunga non il 41%, ma il 52-53% (stiamo ragionando per assurdo).

Cosa se ne farebbe la coalizione di Enrico Letta di un così ampio consenso? Sostanzialmente nulla perché all’interno della coalizione, al momento, ci sono posizioni politiche difficilmente conciliabili. Come fare digerire, per esempio, i termovalorizzatori (necessari e utili) a Bonelli e, d’altra parte, come fare digerire le politiche assistenzialiste di Fratoianni a Calenda? Operazioni praticamente impossibili.

Ecco, dunque, che il “voto utile” si trasformerebbe immediatamente in un “risultato inutile”, perché, al di là del consenso, l’esito sarebbe l’ennesima ingovernabilità del Paese. Ma non ne siamo stanchi? Personalmente sì, e anche parecchio!

Torna allora la questione. Chi votare per rendere utile il voto ottenendo anche un risultato ed evitare, così, la deriva federale e presidenziale dello Stato? A proposito, finiamola, per favore, di parlare di deriva autoritaria perché questo rischio non c’è: la Meloni, se ce la farà, conquisterà Palazzo Chigi con elezioni democratiche e non con un colpo di Stato! Non condivido la visione politica di Fratelli d’Itala (soprattutto quella relativa allo Stato federale a impianto presidenziale), ma non vedo alcun rischio di deriva autoritaria. Basta!

E poi, ammesso che la coalizione democratica riesca a sottrarre consenso a Meloni e Salvini (e la vedo dura!), sarà necessario l’intervento di altre forze politiche per la fiducia alle Camere che il Presidente del Consiglio incaricato dovrà ricevere. Al momento, tuttavia, nessuno scenario ipotizzabile, determinerà con certezza governi di centro-destra (o, meglio, di destra) o governi di centro-sinistra.

C’è poi la variabile Conte e Movimento 5 stelle, con consensi al momento stimati intorno al 10%. Dove si posizionerà Conte? A sinistra di Fratoianni o a destra della Meloni? Probabilmente si posizionerà dove troverà maggiore convenienza. È possibile, ma non certo, che Conte scelga di allearsi dopo l’esito popolare solidalmente a Letta, ma questo aggraverebbe ancora di più l’agitazione a sinistra, in quanto la presenza di Conte imporrebbe a Calenda di fare un passo indietro.

Il quesito, dunque, resta ed è ancora più determinante in vista della verosimile ingovernabilità che verrà fuori dalle urne il 26 settembre.

Davanti a uno scenario del genere (che, personalmente, ritengo assai probabile) il Presidente della Repubblica potrà fare, esperiti tutti i tentativi di esplorazione, soltanto due cose: indire nuove elezioni (difficile), oppure incaricare ancora una volta un “tecnico” (Cottarelli? Draghi? Vedremo) e tentare la formazione dell’ennesimo governo di salvezza nazionale in vista del completamento del P.N.R.R.

Ci sono alternative? Sì, ci sono.

Al momento attuale Italia Viva corre sostanzialmente in solitaria alle elezioni e, considerato l’acume e l’abilità politica di Renzi, il risultato non sarà quello sperato da tanti: sarà “facilmente” superato il 5% dei consensi!

Del resto, la scelta di Letta di imbarcare nella stessa coalizione i post-comunisti che ancora utilizzano lo spauracchio della deriva autoritaria della Meloni (cosa impossibile se non a rischio di compromettere la credibilità e la solidità economica dell’Italia a confronto degli altri partner internazionali) e dall’altra un partito dalle sfumature liberiste, rappresenta davvero una maionese impazzita. Nessun programma comune, nessuna visione comune, nessuna convergenza di posizioni sulle grandi questioni internazionali, morali, economiche. Vista così, la coalizione di Letta somiglia più a una folla indisciplinata di contadini armati di forcone che cercano di fermare l’avanzata di un esercito munito di armi tecnologiche che ad una coalizione che dovrebbe governare il Paese!

Italia Viva, al contrario, con il suo carattere chiaramente riformista e con programmi ben definiti sul fisco, sulla sanità, sulla posizione internazionale, sui diritti civili, sull’economia green, sulle fonti energetiche (rinnovabili o tradizionali), sul ruolo dell’Italia in Europa e sui programmi europei, rappresenta l’unica scelta “sensata”, con quella impronta socialdemocratica che davvero serve al Paese.

L’utilità del voto, allora, dovrebbe valutare non quello che i leader promettono di fare qualora eletti, ma quello che hanno già realizzato. Da questo punto di vista, non solo Renzi (e la sua squadra) ha le carte in regola potendo vantare una serie di provvedimenti che durante il suo governo hanno cambiato volto all’Italia e che durante l’attuale legislatura ha spiazzato prima Salvini al Papeete e poi Conte favorendo l’arrivo di Mario Draghi, ma sarebbe oltremodo determinante per conferire la sterzata riformista di cui il Paese ha estremo bisogno.

Ecco, dunque, che il voto utile, per non esitare nella inutilità del risultato dovrebbe prendere in seria considerazione il rafforzamento dell’unico partito politico davvero riformista rimasto in corsa.

E perché no, allora?

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