Una nutrita schiera di commentatori, tanto nei “social” quanto sui mezzi di informazione “main stream”, colpevolizza Matteo Renzi attribuendogli la responsabilità di avere consentito il ritorno (o l’ingresso, dipende dalle letture) di Salvini nella compagine governativa che sosterrà Mario Draghi e il suo nascente governo.

A ben leggere la politica, tuttavia, questa responsabilità non è di Renzi o, comunque, non soltanto di Renzi.

Alcune settimane fa, dopo che Renzi ha decretato la fine del governo Conte 2, il neoformato asse della sinistra, LeU-PD-M5s, ha bloccato qualsiasi trattativa giacché avrebbe posto come punto fermo, anzi come punto irremovibile, la presenza di Conte quale Presidente del Consiglio e di alcuni ministri-bandiera (Bonafede su tutti) nella squadra di governo.

La risolutezza e l’irremovibilità di tali posizioni (o Conte o voto, hanno detto!) non ha consentito la prosecuzione dell’alleanza che, nel settembre 2019, sempre per mano di Matteo Renzi, ha permesso la nascita del secondo governo Conte, con lo spostamento dal sodalizio tra reazionari (M5s) e nazionalisti di estrema destra (Lega) verso un nuovo e inedito sodalizio tra reazionari (M5s), comunisti (LeU), post- e neo-comunisti (PD) e con la marginale ma determinante presenza dei riformisti (Italia Viva).

I diversi giri di consultazione fatti (tanto dal Presidente della Repubblica Mattarella, quanto dal Presidente della Camera Fico) sono risultati infruttuosi proprio a causa della irremovibilità delle posizioni delle delegazioni LeU/PD/M5s che, nella corsa a “asfaltare” Renzi, non hanno consentito alcuna modifica dell’assetto governativo.

Con ogni probabilità, sarebbe stato sufficiente l’ammorbidimento delle posizioni su Giuseppe Conte (irragionevolmente considerato vessillo della nuova sinistra comunista: ma quando mai!) e sul giustizialismo di Davigo & Travaglio, di cui Alfonso Bonafede è stato il ministro portavoce, per immaginare il mantenimento della coalizione di governo, magari meglio allargata all’area di centro e centrodestra riformista.

Invece, piuttosto che cercare la mediazione, hanno preferito ogni percorso immaginabile nel tentativo (peraltro non riuscito) di spingere verso un ruolo sempre più marginale Renzi, con il risultato di avere obbligato il Presidente della Repubblica a conferire l’incarico di Presidente del Consiglio a Mario Draghi.

In realtà lo stesso nome, lo stesso incarico, avrebbe potuto essere il risultato della mediazione politica tra le forze della maggioranza e avrebbe messo al riparo l’alto profilo del presidente incaricato dall’ampio e trasversale consenso parlamentare che Mattarella s’è trovato a dover chiedere per fare nascere un governo di salvataggio, visto il momento drammatico che l’Italia, l’Europa, il mondo sta attraversando.

Del resto, nonostante i deliri di Travaglio, non è vero che tutto stesse andando per il meglio con Giuseppe Conte alla presidenza del Consiglio dei Ministri: il Recovery plan è interamente da riscrivere, il numero di morti per CoViD rapportato al numero di cittadini vede l’Italia ai vertici delle statistiche, nella perdita di PIL siamo secondi soltanto all’Argentina. Per cui, sebbene ci vorrà verosimilmente molto tempo perché l’opinione pubblica se ne renda conto, far saltare il banco è stata l’unica strada possibile e responsabile.

La crisi di governo della quale è stato in qualche misura artefice Matteo Renzi non esprime la crisi della Politica. Tutt’altro. Semmai ne è stata la celebrazione. E dire che Renzi sia l’artefice del rientro di Salvini nel quadro governativo è una falsità.

Al contrario sono stati determinanti per l’apertura alla Lega alcuni grossolani errori di Zingaretti: l’aver perso di vista i percorsi virtuosi della Politica; l’avere inseguito il populismo pentastellato; l’essersi intestardito su donne e uomini poco incisivi e non del tutto competenti, oltre che divisivi (Conte, Bonafede, Arcuri, Azzolina, Catalfo, Fioramonti, ecc.); la assoluta mancanza di visione “politica” e di prospettiva che, per dirla tutta, sembra pervadere i dirigenti del Partito Democratico. Altro che Renzi!

Non riconoscerlo significa non volere guardare la verità e i fatti! Ed è in tali fatti che troviamo la piena responsabilità di Nicola Zingaretti di avere preferito la strada facile del populismo a quella assai più faticosa della politica con il risultato di avere consentito a Salvini di rifarsi una verginità.

L’unica fortuna che sembriamo avere è che “felpino”, almeno in qualche misura, sia moderato da Giorgetti che, se non altro, ha una cultura politica (e non solo politica) che si spinge un po’ più su dei like sui social-media.

Speriamo bene.

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