Chi, direttamente o indirettamente, si appassiona alla Politica e, soprattutto, chi la Politica la esercita, dal consigliere di quartiere al parlamentare, dovrebbe, nei suoi discorsi e nelle sue dichiarazioni, cercare di argomentare tenendo bene in mente quale sia il perimetro normativo che regolamenta la sua attività.
Questa complicata premessa è un atto dovuto visto che troppi esponenti politici, a tutti i livelli, sembrano ignorare del tutto alcune semplici norme che definiscono, appunto, le regole del gioco.
Veniamo al punto cruciale. L’Italia è una repubblica parlamentare; non semipresidenziale né presidenziale. È una repubblica parlamentare. E questo cosa implica? Alcuni fatti che tra poco cercheremo di chiarire.
Le elezioni, che normalmente si tengono ogni quinquennio, servono a eleggere i rappresentanti del Popolo (deputati e senatori) che – almeno per adesso – godono della libertà di mandato (art. 67 della Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»).
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio che deve ottenere la fiducia da entrambe le Camere del Parlamento (art. 94 della Costituzione: «Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere»).
Da questi due articoli della Costituzione deriviamo dei ragionamenti che, per quanto banali, sono frequentemente ignorati dalla maggior parte di coloro che si occupano di Politica: Il Presidente del Consiglio non è una carica elettiva, non si chiama Premier, non ha funzioni diverse da quelle dei normali ministri e presiede solo in senso funzionale il Governo.
In effetti, nessuno dei 66 governi e nessuno dei 29 Presidenti del Consiglio, da Alcide De Gasperi a Mario Draghi – se e quando otterrà la fiducia delle due Camere – sono stati eletti direttamente dal Popolo: tutti, nessuno escluso, sono stati nominati dai Presidenti della Repubblica.
Compito del Presidente della Repubblica è, naturalmente, scegliere un nome attorno al quale si possa coagulare una maggioranza parlamentare poiché, altrimenti, in seno al Parlamento l’azione dell’esecutivo non potrebbe essere sostenuta.
Tuttavia, è inappropriato invocare elezioni, anche da parte dell’opposizione perché la nostra Costituzione stabilisce che le Camere restino in carica 5 anni (art. 60 della Costituzione, «La Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per 5 anni»).
L’art. 88 della Costituzione stabilisce, fra l’altro, che sia il Presidente della Repubblica a poter sciogliere le Camere anticipatamente. Perché questo avvenga, devono sussistere condizioni istituzionalmente gravi come, ad esempio, l’impossibilità di trovare una maggioranza che sostenga il governo.
Infine, la nostra Costituzione è progettata per dare luogo a diverse alleanze politiche, anche cangianti durante la stessa legislatura, visto che sia il Presidente del Consiglio dei Ministri che i Ministri da lui stesso proposti, sono nominati dal Presidente della Repubblica (articoli 92 e 93 della Costituzione), senza prevedere che il cambiamento del Governo preluda in alcun modo alla fine della legislatura (scioglimento delle Camere).
Per questo, nel nostro Paese, più che la durata dei Governi, pur auspicabile, è la naturale continuità della legislatura a rivestire il ruolo di indispensabile parametro di stabilità istituzionale.
Se il Presidente della Repubblica dovesse “accontentare” il primo segretario di partito che chiede lo scioglimento delle Camere a suo piacimento solo perché si è stancato di stare all’opposizione e crede che nuove elezioni lo possano rendere più forte, commetterebbe un abuso. Peggio, il Presidente della Repubblica sarebbe perseguibile giacché la Costituzione stessa traccia un perimetro all’interno del quale è consentita l’ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere.
Questo fatto rende ragione del motivo per cui, sostanzialmente tutti i Presidenti della Repubblica hanno mantenuto in vita le legislature nonostante cambiassero i governi.
Inoltre, ci sarebbe da chiarire (o, meglio, da ripassare) le funzioni proprie del Parlamento e del Governo. La funzione legislativa, nel nostro ordinamento, è del Parlamento. Ciò significa che dev’essere il Parlamento a produrre le Leggi dello Stato. Tale compito può essere, in particolari occasioni, delegato al Governo; si tratta dei Decreti del Presidente del Consiglio, i famosi DPCM, o dei decreti legislativi e dei decreti legge (tra le due deroghe esistono importanti differenze, ma non siamo in un’aula universitaria). Tipici esempi sono stati i recenti DPCM e i Decreti del Ministero della Salute nell’ultimo anno a causa della emergenza sanitaria.
Al di fuori di tali circostanze il governo ha esclusivamente il potere esecutivo, deve – in altre parole – eseguire le leggi attraverso la produzione dei cosiddetti decreti attuativi.
Negli ultimi trent’anni, tuttavia, i riti e le liturgie della nostra Repubblica si sono profondamente modificati e i provvedimenti in deroga (DPCM, decreti legge e legislativi) hanno superato l’attività legislativa parlamentare, esautorando il Parlamento dal suo ruolo fondamentale.
La ricerca della stabilità di Governo, comunque, non è né una bestemmia, né una deriva: semplicemente, nel nostro ordinamento costituzionale, non ha il significato che ci sembra. Nonostante un eventuale sistema maggioritario “puro”, la stabilità dei governi resterebbe irraggiungibile a causa della eccessiva frammentazione dei partiti: ciò che sembra naturale nelle democrazie avanzate sul modello francese (semipresidenziale) o americano (presidenziale) è assolutamente inattuabile nella nostra Repubblica.
Ora, nonostante l’ordinamento sia piuttosto chiaro, nonostante il perimetro normativo sia ben definito, sentiamo continuamente invocare elezioni anticipate e scioglimento delle camere da tantissimi (troppi, in verità) politici che, probabilmente, non hanno ben chiari questi rudimenti di diritto costituzionale; oppure, se ce l’hanno, fanno dichiarazioni a uso e consumo dei propri elettori che cascano nella rete.
E, visto che siamo in tema di errori, un altro che è molto spesso commesso, tanto dai giornalisti quanto dai politici, è l’insistere a definire governatori i Presidenti di Regione. Il nostro Paese non è (a differenza della Germania o degli Stati Uniti) una Repubblica Federale e le Regioni, nonostante troppe funzioni siano state devolute nel 2001 con la riforma del titolo 5° della Costituzione, non sono Stati indipendenti raggruppati in Federazione. Ne parleremo, però, un’altra volta.
Anticipo che, personalmente, propendo per il semipresidenzialismo monocamerale e giudico il bicameralismo paritario (l’Italia è l’unico Paese europeo che ha ancora tale sistema legislativo obsoleto) un fattore di malfunzionamento della attività legislativa.
Nel 2016 il governo Renzi si è fatto promotore di una riforma costituzionale, peraltro incoraggiata dal Presidente della Repubblica, per trasformare la Repubblica. Sappiamo tutti come è finito quel referendum, ma pochi sanno che moltissimi degli inceppamenti dell’attività legislativa che abbiamo subìto nel corso della pandemia CoViD-19, con ogni probabilità, non ci sarebbero stati o sarebbero stati enormemente più contenuti.
Il sistema monocamerale immaginato dalla riforma, fortemente e incredibilmente ostacolata da buona parte del partito che ne è stato in qualche misura promotore, avrebbe nei fatti snellito tutte le procedure legislative che non sarebbero più rimbalzate tra le due camere e si sarebbe potuto procedere al superamento della frammentazione della sanità costruita su base regionale, i cui effetti abbiamo tutti potuto sperimentare.
Oggi l’Italia si affaccia a una nuova stagione con il nascente governo Draghi. Tra i parametri stringenti del Recovery fund sono previste le riforme, anche se non sappiamo su quali di esse il Presidente incaricato vorrà premere l’acceleratore. E, fino a ieri, esponenti molto in vista della nostra rappresentanza politica, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, hanno continuato a chiedere elezioni anticipate; delle due, l’una: o non sanno quali siano le regole istituzionali della nostra Repubblica, oppure prendono in giro il proprio elettorato sapendo che tale richiesta è soltanto una grossolana propaganda!
Una cosa, però, è certa ed è indiscutibile: l’Italia deve affacciarsi all’ammodernamento il quale non è limitato – come ingenuamente e scioccamente qualche “stellato” potrebbe immaginare – alla digitalizzazione o alla banda larga gratuita, ma, principalmente, risiede nella visione “moderna” dello Stato in grado di muoversi in modo agile e competitivo rispetto agli altri Paesi europei ed extraeuropei.
Ce la faremo? Speriamo proprio di sì!
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