Nella storia politica di un paese arriva il momento in cui le categorie consolidate smettono di funzionare. Non perché qualcuno le abbia abolite per decreto, ma perché la realtà le ha semplicemente e spontaneamente aggirate. L’Italia sembra trovarsi in uno di questi momenti.

Il vecchio schema centrodestra contro centrosinistra regge ancora come liturgia elettorale, ma fatica sempre di più a dare senso alle posizioni reali degli elettori e, soprattutto, a dare risposte alle loro esigenze quotidiane. Il fatto evidente è che milioni di italiani disertano le urne anche perché si trovano politicamente senza casa: troppo moderati per sentirsi rappresentati dal sovranismo di Giorgia Meloni, troppo pragmatici per affidarsi alla sinistra identitaria di Elly Schlein, troppo stanchi del tatticismo di Renzi per seguirlo senza riserve, troppo delusi dai fallimenti del Movimento 5 Stelle per tornare a scommettere sul populismo di sinistra.

In questo vuoto politico, culturale e sociale prende forma l’ipotesi di un’area riformista di nuovo tipo. Non un terzo polo nel senso tradizionale del termine che rappresenti l’ennesima lista centrista destinata a raccogliere il quattro per cento e sparire, ma qualcosa di più ambizioso che sappia coagulare una coalizione capace di essere trasversale agli schieramenti attuali, recuperando la tradizione del socialismo liberale e candidandosi a governare il Paese con una visione di lungo periodo che la politica italiana non conosce da almeno vent’anni. E questo vuoto, al momento, nessuno l’ha ancora riempito

Per capire perché questa ipotesi sia plausibile, vale la pena partire da ciò che il populismo ha prodotto, più che in termini di categoria astratta di analisi politologica, come esperienza concreta nella vita dei cittadini. La sanità pubblica italiana ha perso personale a un ritmo che non ha precedenti, con medici e infermieri che migrano verso il privato o verso l’estero, con liste d’attesa che, per alcune prestazioni, si misurano in anni e che non sono governate se non con dichiarazioni demagogiche dirette più al chiasso mediatico che alla reale soluzione del problema, con i Pronto Soccorso che lavorano in condizioni di emergenza strutturale. Il lavoro è rimasto precario nonostante i sussidi — o, forse, proprio a causa di essi, perché i bonus a pioggia non costruiscono competenze né infrastrutture. La sicurezza, gestita quasi sempre come tema di comunicazione più che come problema reale, oscilla tra campagne di criminalizzazione dell’immigrazione e indifferenza per i reati che toccano davvero la vita quotidiana delle persone.

Questi tre nodi — sanità, lavoro, sicurezza — non sono temi separati e, soprattutto, non hanno colore politico. Piuttosto, sono le facce di un’unica questione che ha il dovere di chiedersi se lo Stato funzioni ancora come garanzia collettiva oppure no. Il populismo, in tutte le sue varianti, ha risposto a questa domanda con slogan. La destra sovranista ha detto “prima gli italiani” senza spiegare come tradurre quella formula in politiche di bilancio coerenti. La sinistra assistenzialista ha distribuito redditi di cittadinanza senza costruire il sistema di orientamento al lavoro che avrebbe dovuto accompagnarli. Il risultato è che lo Stato appare sempre più incapace, e questa percezione alimenta il risentimento che a sua volta alimenta il populismo. Un circolo che si avvita su sé stesso e che, inevitabilmente, potrebbe fare scivolare il sistema verso forme autoritarie che nessuno più dovrebbe desiderare

Un’area riformista credibile ha il dovere di spezzare questo circolo. Non basta criticare il governo Meloni, anche perché la critica, da sola, non porta voti a chi non ha ancora dimostrato di saper fare meglio. Bisogna proporre un modello alternativo di governo che sia concreto, finanziariamente sostenibile e politicamente comprensibile anche per chi non frequenta i convegni dei circoli intellettuali elitari.

L’anima del progetto: il socialismo liberale

Il collante ideologico di questa coalizione non può essere la somma aritmetica di sigle diverse, che sarebbe l’ennesimo cartello elettorale senza identità. Il collante deve necessariamente essere trovato in una tradizione politica che in Italia è stata spesso evocata e raramente praticata: il socialismo liberale.

Non è una formula accademica. È una posizione precisa: lo Stato deve garantire i diritti fondamentali – salute, istruzione, previdenza, sicurezza, difesa – attraverso servizi pubblici efficienti, non attraverso sussidi che creano dipendenza senza emancipazione. Il mercato è uno strumento utile, non un feticcio ideologico, né il nemico da sconfiggere. I diritti civili non sono un lusso per i tempi di pace economica, ma una componente strutturale di una democrazia matura. La legalità non è né repressione né permissivismo, ma è la condizione minima perché le regole del gioco valgano per tutti e per tutti nella stessa misura.

Questa tradizione ha radici in Italia che vengono spesso dimenticate. Viene da Rosselli e da Gobetti, attraversa il PSI e prende dal craxismo l’attenzione al pragmatismo di governo e alla modernizzazione, lasciando da parte la deriva clientelare. Sopravvive in pezzi dispersi del PD riformista, in settori di Forza Italia che non si riconoscono nel conservatorismo identitario, in quel che resta dei radicali, in parte del mondo cattolico democratico. È un’anima che esiste, ma non ha ancora trovato un corpo politico adeguato.

Le forze in campo

Se questo è il terreno ideologico, quali sono le forze politiche che potrebbero convergere su di esso?

Forza Italia è il punto di partenza più controverso, ma anche il più interessante. Il partito ha attraversato in questi anni una trasformazione silenziosa. La leadership di Tajani ha spostato il baricentro verso posizioni più nettamente europeiste e moderate, distanziandosi dalla retorica anti-establishment che aveva caratterizzato il berlusconismo delle origini. Il manifesto liberale con i suoi riferimenti ai diritti civili e all’economia aperta non è un testo rivoluzionario, ma segnala una direzione. Forza Italia vuole essere il partito dei professionisti, degli imprenditori, dei moderati che si sentono a disagio tanto con il populismo di destra quanto con la sinistra radicale.

Il ruolo di Marina Berlusconi in questo processo è peculiare. Lei stessa ha smentito con forza l’ipotesi di una sua discesa in campo, definendola fantascienza. Ma queste smentite vanno lette nel contesto di come la politica italiana funziona davvero. Il logorio dell’esposizione diretta è uno dei meccanismi più collaudati di distruzione del consenso e chi entra troppo presto brucia il capitale di credibilità che si è accumulato restando fuori. Silvio Berlusconi stesso, prima della sua discesa in campo nel 1994, aveva costruito per anni un’influenza politica indiretta attraverso le sue aziende e i suoi media. Marina sembra seguire una logica simile, ma più sofisticata, orientata a influenzare il posizionamento del partito su temi di alto profilo quali i valori del 25 aprile, i diritti civili, l’immagine europea di Forza Italia, senza esporsi alle polemiche quotidiane del parlamentarismo. Che questa strategia possa evolversi in una candidatura diretta al momento opportuno è un’ipotesi che nessuno può escludere, né confermare. Quello che è certo è che la sua figura esercita già oggi un’attrazione su elettori che non votano e non voteranno mai Fratelli d’Italia o Lega, ma cercano nel centrodestra una sponda moderata.

Renzi è l’interlocutore naturale di questa operazione, e probabilmente lo sa meglio di chiunque altro. Il problema è che Italia Viva sconta anni di tatticismo così esasperato da aver logorato anche i sostenitori più fedeli. Resta però un patrimonio politico reale, fatto di garantismo, riformismo economico, atlantismo, europeismo senza ambiguità. La scommessa non è capire se quel patrimonio sia compatibile con il progetto – e, probabilmente, lo è – ma se Renzi abbia la disciplina di metterlo al servizio di qualcosa più grande di lui.

Calenda porta la concretezza programmatica che a questo spazio manca strutturalmente. Sa parlare di politica industriale, transizione energetica, riforma della pubblica amministrazione con un dettaglio e una competenza che nel dibattito italiano è quasi un’anomalia. La sua difficoltà non è ideologica, è relazionale; ha già fatto naufragare un’alleanza per eccesso di solitudine tattica. In un progetto più ampio, con architettura chiara e leadership riconosciuta, quel difetto dovrebbe pesare meno.

Luigi Marattin è l’unico di questo spazio che ha pagato un prezzo vero per coerenza. Ha lasciato Italia Viva nel settembre 2024 quando il partito ha scelto il campo largo con PD, Cinque Stelle e Verdi in una confluenza che per lui equivaleva a liquidare il progetto liberaldemocratico per sopravvivere alle prossime elezioni. Con il Partito Liberaldemocratico fondato nel marzo 2025 porta la proposta programmatica più strutturata dell’intero spazio riformista affrontando con pragmatismo i temi delle riforme fiscali centrate sul ceto medio, del garantismo costituzionale, della liberalizzazione dei mercati, dell’europeismo senza riserve. I sondaggi lo danno al due per cento, ma in una coalizione che si costruisce sul programma prima che sulle sigle, il suo contributo varrebbe ben più della sua percentuale attuale. L’asse con Azione punta esattamente in questa direzione.

La componente radicale, intesa in senso largo, non necessariamente come partito, serve a tenere aperto il dialogo con i ceti urbani, istruiti, giovani che in Italia votano sempre meno perché non trovano una forza che combini competenza economica e apertura sui diritti civili. È la parte del progetto più difficile da organizzare politicamente, ma anche quella senza cui l’intera operazione rischia di sembrare un club di cinquantenni con la cravatta.

Infine, la componente più delicata è l’area riformista del Partito Democratico. Quella che guarda con interesse alle posizioni di Guerini o Lotti più che alla linea Schlein. Questa area è ancora dentro il PD e probabilmente intende restarci. Ma è anche quella che, davanti a un riposizionamento convincente del centro, potrebbe ridefinire i propri equilibri interni in modo da cambiare, nel medio termine, il baricentro dell’intera opposizione. Non una fuoriuscita, ma qualcosa di più sottile e forse più efficace.

Perché non è solo tattica elettorale

Si può leggere tutto questo come pura tattica elettorale, tesa a sommare percentuali, costruire liste, posizionarsi al centro per intercettare gli scontenti di destra e di sinistra. È una lettura legittima, ma insufficiente. Perché quella che l’Italia attraversa in questo momento è una crisi più profonda della normale alternanza di governo.

Il filosofo greco Polibio, nel secondo secolo avanti Cristo, descrisse un ciclo inevitabile nelle forme di governo che chiamò anacyclosis. Le costituzioni politiche si degenerano in modo prevedibile: la monarchia diventa tirannide, l’aristocrazia diventa oligarchia, la democrazia diventa oclocrazia, il governo della folla guidata dalla demagogia e dall’emotività. E dall’oclocrazia, nel peggiore dei casi, si ritorna alla tirannide.

Non occorre essere catastrofisti per riconoscere che alcune democrazie occidentali mostrano segnali di questo ciclo. La politica sempre più guidata dagli istinti, i leader che costruiscono il consenso sulla paura, le istituzioni progressivamente svuotate a vantaggio della comunicazione diretta tra il capo e la folla, sono tutte dinamiche visibili. In Italia la storia del fascismo dovrebbe rendere la coscienza collettiva più sensibile a questi segnali. Spesso non è così, ma l’anniversario del 25 aprile e il dibattito che ogni anno genera dimostrano che quella memoria non è del tutto estinta.

Un progetto riformista credibile non è semplicemente un’alternativa di governo. È un argine. È la scommessa che la democrazia possa autoriformarsi prima che il ciclo arrivi al suo punto di non ritorno. Questa consapevolezza dovrebbe essere il motore ideale dell’intera operazione, non per “vincere le elezioni”, ma per “costruire un sistema politico più robusto”.

Il profilo del leader che serve

Il nodo più difficile dell’intera operazione è la leadership. La coalizione che abbiamo descritto non manca di personalità politiche capaci; semmai manca di una figura che le tenga insieme senza schiacciarne nessuna e che, allo stesso tempo, sappia parlare a un elettorato che ha smesso di fidarsi dei politici di professione.

Il profilo richiesto è preciso. Deve essere gradito al popolo, non nel senso della popolarità televisiva, ma nel senso di saper parlare delle preoccupazioni reali delle persone, della sanità che non funziona, della bolletta che arriva troppo alta, dell’insicurezza del lavoro. E deve essere tecnicamente competente, dunque capace di sedersi a Bruxelles e discutere di fondi strutturali, di parlare con i mercati senza perdere i nervi, di riformare la pubblica amministrazione senza farla crollare nel tentativo.

È quasi il profilo del governante ideale platonico, trascritto nel lessico della democrazia contemporanea. Non un filosofo-re, ma qualcuno che abbia la pazienza di capire i problemi prima di dichiarare le soluzioni e la forza politica di difendere quelle soluzioni anche quando non determinano consenso immediato.

Questa figura non è ancora emersa con chiarezza. Potrebbe essere una donna. Potrebbe venire dal mondo delle imprese, dalla società civile o da un lungo apprendistato nelle istituzioni europee. Quello che non può essere è il prodotto del solito gioco di correnti e correnticole che ha prodotto la deludente e scadente classe dirigente degli ultimi vent’anni.

Perché adesso

Perché questo progetto avrebbe possibilità di successo in un momento in cui tutti i tentativi di terzo polo hanno fallito?

La risposta sta in un cambiamento che si registra nell’elettorato, difficile da misurare nei sondaggi ma percepibile nel tessuto sociale. Gli italiani stanno accumulando esperienza diretta dei costi del populismo. Non come categoria astratta, ma come file al pronto soccorso, come stipendio che non basta, come quartiere che di notte è meglio non attraversare. Quando la delusione diventa personale, smette di essere un dato politologico e diventa motivazione al cambiamento.

C’è anche una componente culturale in questa maturazione. Le nuove generazioni sono cresciute con il web, con l’accesso immediato alle informazioni, con la possibilità di confrontare la retorica dei politici con i fatti verificabili. Sono meno disponibili a credere alle promesse senza chiedere come vengono finanziate. Questa generazione non è necessariamente di centrosinistra anzi, spesso ha orientamenti difficilmente classificabili, ma riconosce la differenza tra chi ha qualcosa da dire e chi fa solo rumore.

L’anima socialdemocratica che ispira questo progetto non è nostalgia. È la convinzione che i mercati producano benessere, ma non giustizia e che la giustizia richieda istituzioni capaci di governare i mercati senza soffocarne la vitalità. È la convinzione che i diritti civili non siano ornamenti retorici, orpelli da talk-show, ma strumenti di emancipazione reale. È la convinzione che la sicurezza si costruisca con politiche di coesione sociale, non con slogan sull’ordine pubblico.

Se questa coalizione riuscirà a incarnare quella visione in modo credibile, dove credibile significa con i conti in ordine, con le proposte concrete, con la serietà di chi sa che governare è difficile, allora il momento potrebbe essere quello giusto.

Non perché il populismo sia finito, ma perché sempre più italiani si stanno accorgendo di quanto costi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *