Tra meno di un anno si vota in Sicilia e la sanità torna, inevitabilmente, al centro del dibattito. Prima di parlare di nomi e schieramenti, partirei da una domanda precisa: ha ancora senso organizzare la sanità sui confini delle vecchie province e continuare a immaginare la rete sanitaria, ospedaliera e territoriale, su questo schema?
Io credo di no. Il modello disegnato nel 2009 va superato e bisogna separare davvero la sanità territoriale da quella ospedaliera. Le vecchie province nascono da un’esigenza amministrativa, non sanitaria e continuare a costruire la rete su quei confini significa ignorare dove le persone vivono e quali strade percorrono per raggiungere un presidio.
Per il territorio, nella mia visione, servono quattro grandi aziende costruite sui bisogni reali delle persone e non sulla geografia amministrativa ereditata dal passato. Le aziende territoriali devono occuparsi solo di territorio, disegnate su un bacino di utenza di circa 1.200.000 abitanti, tenendo conto delle reti viarie e dei bisogni di salute dei cittadini più che dei confini provinciali.
Gli ospedali, di conseguenza, dovrebbero uscire dalle aziende sanitarie territoriali ed essere organizzati in ospedali riuniti, ovvero aziende ospedaliere autonome e dedicate. Non ha senso pretendere che ogni presidio faccia tutto. Alcuni ospedali possono concentrarsi sulle emergenze e sull’alta complessità, altri sulle cure programmate, altri ancora sulla riabilitazione e sulla lungodegenza. È il principio dell’hub and spoke: i centri di riferimento concentrano competenze e tecnologie per l’alta complessità, i presidi periferici garantiscono la continuità delle cure vicino a casa.
In questo disegno serve anche un ruolo chiaro per le strutture a bassa intensità di cure. Sono i reparti in cui trasferire i pazienti ricoverati inizialmente per acuti, una volta stabilizzati, evitando che occupino letti destinati a chi ha ancora bisogno di cure intensive. In questo modo si contribuirebbe a decongestionare i Pronto Soccorso.
Ma dentro questa organizzazione va ripensato anche il 118. Non basta portare il paziente al Pronto Soccorso più vicino; bisogna portarlo, nel minor tempo possibile, all’ospedale più adatto a trattare quel caso specifico. Nell’emergenza non conta solo la distanza. Conta anche arrivare nel posto giusto.
Nelle patologie tempo dipendenti, il criterio «stabilizza e trasferisci» genera complicanze evitabili, drammi per il paziente, angoscia per i familiari che restano in attesa di risposte, pressione aggiuntiva sui medici del Pronto Soccorso, chiamati a gestire un’emergenza che avrebbe dovuto viaggiare fin da subito verso il centro più adatto.
Serve poi un terzo elemento, altrettanto chiaro: un’Azienda Zero regionale che si occupi degli acquisti per tutte le aziende regionali, evitando gare duplicate, inefficienze e sprechi.
Non è un esercizio di ingegneria istituzionale fine a sé stesso; questo schema risponde a problemi che chi lavora in ospedale o al Pronto Soccorso conosce da anni, reparti che fanno tutto e niente, ambulanze che arrivano nel posto sbagliato, gare d’appalto duplicate in ogni provincia.
Dunque, aziende territoriali per il territorio, ospedali riuniti autonomi per la rete ospedaliera, un 118 che porti il paziente dove può essere curato meglio e un’Azienda Zero per gli acquisti. Funzioni diverse, responsabilità chiare.
Riorganizzare la sanità in questo modo significa renderla più efficiente. Ogni paziente va indirizzato al posto giusto, per la cura giusta, nel minor tempo possibile.
Se vogliamo rendere la sanità siciliana una delle migliori d’Italia, a mio avviso, dobbiamo cominciare da qui.