Il 9 giugno 2026, la SVIMEZ ha depositato presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati un documento programmatico sullo stato di attuazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e sulla qualità dei servizi sanitari nelle diverse Regioni. Esaminando a fondo quelle pagine, la sensazione iniziale è che non emerga nulla di radicalmente ignoto a chi vive e lavora quotidianamente dentro il Servizio Sanitario Nazionale. La vera novità risiede piuttosto nell’ufficialità dell’atto: una delle istituzioni più stimate nell’analisi economica ha messo nuovamente nero su bianco queste criticità davanti a un organo parlamentare, formalizzando una crisi strutturale non più ignorabile.
Le risorse non seguono i bisogni reali
L’elemento cardine è nei meccanismi che regolano il riparto del Fondo Sanitario Nazionale. Lo studio della SVIMEZ smonta l’attuale modello, mostrando come il finanziamento complessivo del SSN non venga quantificato partendo dai costi effettivi necessari a garantire i LEA su tutto il territorio, come imporrebbe la logica dei fabbisogni standard. Al contrario, la cifra totale viene blindata a monte durante la pianificazione del bilancio dello Stato; solo in un secondo momento si procede a spartire le risorse tra le regioni. In parole povere: prima si stabilisce il tetto di spesa e poi si divide la torta, capovolgendo l’ordine logico delle necessità.
Questo criterio di distribuzione, basato sulla cosiddetta “quota capitaria” (ovvero sul numero di residenti pesato per fasce d’età), finisce per ignorare l’impatto dei fattori socioeconomici sulla salute dei cittadini. Poiché la vulnerabilità sociale e la povertà non sono distribuite in modo omogeneo, ma colpiscono duramente aree geografiche specifiche, le ripercussioni penalizzano quasi esclusivamente le comunità del Mezzogiorno. Già nel Rapporto SVIMEZ 2023 si evidenziava che, senza una riforma di tali parametri, entro il 2080 il Sud perderà circa 7 punti percentuali di risorse a vantaggio del Nord, pari a un travaso di quasi 9 miliardi di euro. Il forte calo demografico che investirà il Meridione non basterà a compensare i costi legati al progressivo invecchiamento della popolazione locale.
I LEA e il divario tra i testi di legge e i territori
I monitoraggi del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) relativi al 2023, strutturati per valutare prevenzione, cure territoriali e performance ospedaliere, certificano il crollo verticale delle Regioni meridionali. Se il Veneto ottiene punteggi eccellenti (98 nella prevenzione, 96 nel distrettuale, 94 nell’ospedaliero), la Toscana si difende con 95, 95 e 96, e l’Emilia-Romagna risponde con 97, 89 e 92, lo scenario muta radicalmente spostandosi a meridione. La Sicilia si ferma a 48 punti nella prevenzione e a 44 nell’assistenza sul territorio, pur salendo a 80 negli ospedali; la Calabria registra insufficienze gravi ovunque (68, 40 e 69); la Campania arranca a quota 62, 72 e 72.
Nel mio volume SSN 4.0, uscito nel 2026 per i tipi di Edizioni ETS, ho voluto mappare queste asimmetrie analizzando i riscontri del Programma Nazionale Esiti. Le statistiche parlano chiaro: l’indice di mortalità a un mese da un intervento per la frattura del collo del femore si attesta intorno al 4% in Emilia-Romagna e Veneto, ma schizza oltre il 6% in Sicilia, tocca il 6,78% in Campania, il 6,89% in Calabria e supera la soglia del 7% in Basilicata. Uno squilibrio analogo si riscontra nei trapianti di fegato: nel 2023, la quasi totalità dei pazienti meridionali ha dovuto cercare cure al Nord, dove la Lombardia ha eseguito 305 interventi, l’Emilia-Romagna 284, il Piemonte 183 e il Veneto 181. Il Sud appare non pervenuto, se si esclude la singolarità della Sicilia con l’eccezione dovuta unicamente alla presenza dell’ISMETT di Palermo, un centro d’eccellenza nato dall’accordo pubblico-privato con l’UPMC di Pittsburgh che rappresenta un unicum nel Mezzogiorno. La triste realtà è che la regione di nascita ipoteca il diritto alla salute e l’aspettativa di vita.
La migrazione sanitaria come volano economico delle disuguaglianze
I flussi finanziari legati alla mobilità sanitaria, descritti nella relazione SVIMEZ, delineano la medesima grave situazione. Nel 2024, il bilancio dei crediti e dei debiti tra Regioni ha premiato la Lombardia con un attivo di 645,8 milioni di euro, l’Emilia-Romagna con ben 564,9 milioni e il Veneto con 212,1 milioni. All’estremo opposto, i bilanci regionali mostrano ferite profonde: la Campania chiude in perdita per 210,5 milioni, la Calabria segna un passivo di 326,9 milioni, seguite da Sicilia (-241,8 milioni) e Puglia (-253,2 milioni) (Dati GIMBE del 2023).
È bene chiarire che questi viaggi della speranza non derivano quasi mai da una scelta deliberata o dal capriccio del paziente. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di una migrazione forzata, causata dalla carenza – reale o anche solo percepita – dei servizi sanitari di prossimità. Questo circuito di compensazione economica fa sì che le Regioni del Nord incassino fondi preziosi legati alle prestazioni erogate ai cittadini fuori sede, reinvestendoli per potenziare le proprie strutture. Al contrario, le Regioni di provenienza dei malati subiscono un doppio danno, perdendo sia la fiducia della propria popolazione sia la quota di finanziamento pubblico corrispondente alla cura prestata altrove.
In questo scenario, i provvedimenti legislativi sul riordino della rete ospedaliera sembrano muoversi in direzione opposta rispetto alle necessità del sistema. Il disegno di legge delega attualmente in discussione rischia di legittimare e alimentare la mobilità sanitaria invece di arginarla. Basti pensare che, per autorizzare la nascita di nuovi ospedali di terzo livello (alta specializzazione), tra i requisiti richiesti è inserito proprio il volume di pazienti attratti da fuori regione. Una stortura strutturale viene così trasformata in un indicatore di qualità da incentivare con risorse pubbliche centrali.
Parallelamente, l’introduzione dei cosiddetti “ospedali elettivi”, ovvero centri dedicati alle attività programmabili e privi di pronto soccorso, peraltro aperti anche alla partecipazione privata, rischia di drenare le prestazioni ad alto rendimento economico. La sanità pubblica si troverebbe così a gestire da sola i costi elevati della medicina d’urgenza e delle patologie croniche, mentre i privati si concentrerebbero sulle attività più remunerative. Questo sbilanciamento rafforzerà ulteriormente le aree già forti del Paese, che vedranno crescere fondi e reputazione scientifica, condannando le regioni più deboli a una retrocessione finanziaria e organizzativa sostanzialmente irreversibile.
L’autonomia differenziata come moltiplicatore di frammentazione
Un capitolo di grande interesse della memoria SVIMEZ analizza le proposte di autonomia differenziata in ambito sanitario avanzate da Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Malgrado le quattro amministrazioni presentino situazioni di partenza molto eterogenee (la Liguria, ad esempio, ha registrato un deficit di mobilità di 73 milioni nel 2024, contrariamente ai saldi attivi di Milano e Venezia), le bozze di intesa presentano richieste fondamentalmente sovrapponibili. Tutte, infatti, rivendicano la facoltà di fissare tariffe di rimborso autonome, gestire i fondi per l’edilizia sanitaria, istituire fondi integrativi locali e derogare ai tetti di spesa nazionali per contrattualizzare il personale medico e infermieristico.
Ed è proprio qui che emerge il vero nodo politico ed economico. L’esercizio di queste nuove competenze richiede necessariamente risorse finanziarie aggiuntive. Eppure, la legge impone la clausola dell’invarianza finanziaria, stabilendo che la riforma non debba comportare esborsi supplementari per le casse dello Stato. Ne consegue che il finanziamento delle funzioni devolute graverà interamente sui bilanci interni di ciascuna Regione, legando la qualità dei servizi alla capacità fiscale del territorio. Le regioni con un PIL più alto e un gettito fiscale solido avranno le risorse per investire, accorciare i tempi d’attesa e reclutare professionisti; quelle con basi imponibili ridotte rimarranno al palo, cristallizzando e ampliando il divario strutturale esistente in Italia.
Tra l’illusione della norma e la crudezza dei fatti
Nella sua relazione l’associazione manifesta preoccupazione riguardo all’equiparazione tra LEA e LEP prevista nel percorso di attuazione dell’autonomia differenziata e recepita nella legge n. 199 del 2025, individuando un punto che richiede particolare attenzione. Poiché i LEA non sono garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, come ampiamente dimostrato dai dati del NSG, considerarli come equivalente ai livelli essenziali delle prestazioni significa normare un’uniformità che nella realtà manca.
Ho già sostenuto in passato che la definizione formale dei livelli essenziali non assicura di per sé un godimento omogeneo. Le disparità regionali nella capacità amministrativa, organizzativa e finanziaria dei sistemi sanitari sono concrete e documentate. Ignorarle a livello normativo non le fa sparire.
Da medico che opera in una struttura del Mezzogiorno, mi chiedo se questa volta la politica saprà ascoltare. La risposta, osservando l’orientamento dell’attuale legislazione sanitaria, non è rassicurante.
Il quadro delineato dalla SVIMEZ potrebbe peggiorare in modo rilevante. Le tendenze attuali sembrano andare tutte nella stessa direzione. Infatti, la mobilità sanitaria non viene contrastata, ma incentivata con meccanismi che la rendono istituzionale come criterio di eccellenza e la finanziano a livello centrale; il settore privato, libero di focalizzarsi sulla medicina programmabile e remunerativa, lascia al pubblico la gestione dell’emergenza e della cronicità; il personale sanitario, che dovrebbe essere la priorità di ogni riforma strutturale, resta escluso dall’agenda; la sanità digitale, dalla telemedicina all’intelligenza artificiale applicata alla diagnosi, continua a essere trascurata in un sistema che già soffre di una disomogeneità nei dati tale da impedire qualsiasi reale governance.
Il pericolo concreto è che si creino contenitori senza preoccuparsi di chi debba riempirli, cristallizzando così gli squilibri esistenti anziché correggerli. Le Regioni meglio attrezzate attraggono pazienti, ottengono finanziamenti e si rafforzano ulteriormente; quelle più fragili perdono utenti, fondi e si indeboliscono sempre di più. Senza investimenti strutturali nel finanziamento pubblico, senza un piano straordinario per il personale, senza veri strumenti di monitoraggio e responsabilizzazione delle Regioni inadempienti, ogni riforma rischia di aggiungersi alla lunga lista di quelle annunciate e mai realizzate che hanno accompagnato il lento, ma ormai evidente, declino del Servizio Sanitario Nazionale. Proseguire su questa strada significa scegliere, consapevolmente o per inerzia (e, a questo punto, poco importa), di lasciare indietro milioni di persone. E questa è una scelta squisitamente politica.