Nelle ultime ore, la Repubblica Democratica del Congo, nella provincia di Ituri, ha registrato un nuovo focolaio di malattia da Virus Ebola. Sono stati segnalati 246 casi sospetti e, purtroppo, già 65 morti.

Nonostante siano passati cinquant’anni, il Virus Ebola resta una malattia molto pericolosa, anche se relativamente rara. La sua letalità media è del 50%, ma può raggiungere punte fino al 90%. Il Virus Ebola si trova principalmente nei pipistrelli della frutta, che ne sono il serbatoio naturale. Il contagio umano avviene attraverso il contatto diretto con il sangue, le secrezioni e i fluidi corporei di persone o animali infetti. Il periodo di incubazione varia da due a ventuno giorni. La trasmissione interumana inizia non appena si manifestano i sintomi della malattia.

Pensando a Ebola la mia mente corre inevitabilmente al ricordo del 2014, quando in Africa occidentale il virus contagiò più di ventottomila persone e ne uccise oltre undicimila, coinvolgendo Liberia, Guinea e Sierra Leone e arrivò per la prima volta in Europa e negli Stati Uniti attraverso operatori sanitari di rientro dai Paesi colpiti. Tra quegli operatori, c’ero anch’io. A novembre del 2014 ero in Sierra Leone, espatriato di Emergency (così sono definiti i volontari che danno il proprio contributo nei Paesi esteri). Ricordo bene il rientro in Italia con l’aereo speciale approntato dall’aeronautica militare, il successivo isolamento allo Spallanzani, la menzione del Presidente Napolitano, la guarigione, il sorriso di Beatrice Lorenzin quando mi accolse nella sala conferenze in mezzo a una foresta di telecamere.

Dopo quella devastante epidemia del 2014, sono stati prodotti vaccini e anticorpi monoclonali, ma soltanto per il ceppo Zaire (quello del 2014), per la produzione dei quali, in parte, ho contribuito con la donazione dei miei linfociti per la ricerca. Purtroppo, per gli altri ceppi si è ancora alla fase sperimentale.

Le epidemie non riguardano mai soltanto chi le subisce in prima persona, ma la qualità della sanità pubblica e la competenza di chi sta sul campo. Con Emergency, in quell’occasione, furono impiantate in quei territori dimenticati, terapie intensive e centri di cura di eccellenza perché, ricordando il monito di Gino Strada, “non si porta nel terzo mondo una sanità da terzo mondo”. E questo, lo dico da infettivologo, vale la pena di ricordarlo prima che la notizia torni a essere un titolo di cronaca: intervenire sul nostro sistema sanitario è la premessa necessaria per poter intervenire con efficacia a livello globale. Virus e patogeni non riconoscono i confini delineati dagli uomini.

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