Lo so. C’è da formare il governo di “alto profilo” voluto dal Presidente Mattarella, c’è da organizzare la squadra dei ministri, c’è da riscrivere (sostanzialmente di sana pianta) il Recovery Plan per cercare di ottenere il Next Generation EU. C’è tanto da fare e la politica deve occuparsi – giustamente – di tutto questo.
Però ci sono alcune cose, alcune posizioni, alcune analisi che non si possono trascurare soprattutto nell’ottica della volontà di ripresa (e di riscatto) della classe politica.
Lo spettacolo orchestrato da Rocco Casalino nel quale ha lasciato Giuseppe Conte “esibirsi” in una conferenza stampa improvvisata, è stato all’un tempo, grottesco e pietoso: al di là dei contenuti (di cui parleremo tra pochissimo) la forma, il contesto, lo scenario, il palcoscenico approntati sono stati patetici.
Non a caso si sono rincorse sui “social” immagini montate ad arte che hanno, con atteggiamento impietoso, demolito l’immagine di Giuseppe Conte affiancandola a quella di un venditore di strada.
Tuttavia, al di là della forma e al di là dell’immagine proiettata, le dichiarazioni assumono un certo grado di importanza giacché delineano la volontà (più che la disponibilità) di Conte di mantenere il grado di visibilità mediatica, tanto faticosamente (e immeritatamente) guadagnato.
Giuseppe Conte ha dichiarato di “esserci” per gli “amici” del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico e di Liberi e Uguali, lasciando fuori dalla compagine degli “affezionati” le donne e gli uomini di Italia Viva e, ovviamente, Matteo Renzi. Ma c’è davvero qualcuno che abbia sentito il bisogno di questa comunicazione di disponibilità a restare?
Le dichiarazioni dell’ormai “ex” Presidente del Consiglio aprono scenari prevedibili sì, ma inquietanti, alla base dei quali c’è – a nostro avviso – un bias interpretativo, una distorsione di non poco conto.
Da parte del Partito Democratico “guidato” da Nicola Zingaretti (eterodiretto dalla Thailandia) e da parte dei post-comunisti di Liberi e Uguali c’è, infatti, l’idea che il Movimento 5 stelle rappresenti la sublimazione delle idee “di sinistra” soprattutto perché, in spregio all’articolo 1 della Costituzione, hanno sostenuto la legittimità degli interventi di assistenza sociale, sublimati nel Reddito di Cittadinanza.
Rivediamole per un momento le poche parole del primo articolo della nostra Costituzione repubblicana: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Definire il Lavoro come elemento fondante della Repubblica significa che lo Stato si fonda “sul” Lavoro inteso come strumento necessario e indispensabile per la sua crescita sociale ed economica. Qualsiasi altra interpretazione, a partire da coloro che giudicano tale primo articolo come un obbligo per lo Stato di garantire a tutti il Lavoro, è fuorviante.
Il Movimento 5 Stelle, a partire dai teorici Grillo e Casaleggio, hanno in altre parole violentato la nostra Costituzione trasformando il criterio del Lavoro quale strumento di cui abbiamo detto, in una risorsa marginale giacché, nella loro visione, è condizione sufficiente l’essere cittadini per partecipare a una quota della ricchezza di un Paese.
Peraltro, nelle sue più recenti farneticazioni, Beppe Grillo vorrebbe potere estendere tale principio all’intera Europa, giusto per indossare (adesso, in era Draghi) l’abito europeista.
Ciò che, però, desta sconcerto in chi la Politica la celebra e la vive anche soltanto da osservatore è la posizione dei reduci del post-comunismo che vedono nel Movimento i propri naturali alleati.
Non è un atteggiamento nuovo, peraltro. In epoca molto precedente l’alleanza di governo nata dalla scintilla di Renzi, autorevoli esponenti del Partito Democratico e dei cespugli di sinistra estrema (Emiliano, Boccia, gli stessi Bersani e Grasso) hanno probabilmente equivocato la natura propria del Movimento immaginandola quale sintesi post-moderna del marxismo.
Ma il Movimento 5 Stelle non è espressione della sinistra, né della sinistra massimalista, né – meno che mai – della sinistra riformista. Piuttosto è espressione dell’antipolitica che innalza altari alla inconsistenza e alla approssimazione e che incensa il giustizialismo di Piercamillo Davigo.
Se ne trova traccia nelle aperture di Di Maio e di Di Battista (in epoca giallo-verde) al movimento dei “gilet gialli” francesi, se ne trova traccia nelle idee di contrasto all’immigrazione di Luigi Di Maio (non abbiamo dimenticato la definizione di Taxi del Mare attribuita alle ONG che hanno salvato vite nel Mediterraneo), se ne trova traccia nell’accanimento giustizialista della riforma Bonafede che stupra, nel “fine processo mai”, i principi garantisti della Costituzione.
A ben guardare il Movimento 5 stelle è espressione della destra reazionaria (neanche di quella rivoluzionaria che potrebbe – al limite – avere una ragione di esistere) giacché nessuna delle politiche immaginate, sostenute e perseguite è orientata alla emancipazione del Popolo. Tutt’al più le politiche pentastellate sono – semmai – orientate a carpire il sostegno del Popolo in cambio di elemosine di Stato e di slogan. E lo sono, vieppiù, nei modi più che nella sostanza: i loro metodi di “pestaggio mediatico”, che avvengono con lo sguardo “complice” della sinistra massimalista a fortissima vocazione giustizialista, sono metodi “squadristi” dei quali i 5 Stelle hanno fatto (e fanno) ampio utilizzo.
Chi avesse residuali dubbi sull’orientamento del Movimento 5 Stelle controlli in quale ricettacolo sono finiti la gran parte degli eletti che, per le più svariate ragioni, sono fuoriusciti! A partire da Pierluigi Paragone sono, in larga misura, confluiti nella Lega, in Fratelli d’Italia o hanno infoltito il gruppo misto.
E, se tutto ciò non fosse ancora sufficiente a chiarire in modo pressoché inequivocabile il posizionamento ideale del Movimento 5 Stelle, si guardi allora colui che ne è stato front-man quale Presidente del Consiglio, quello stesso Giuseppe Conte cha ha saputo firmare i decreti sicurezza, che è in in qualche misura coinvolto – se non altro idealmente e politicamente – nelle porcherie di Matteo Salvini coi suoi divieti allo sbarco di decine di poveracci ripescati dal mare, che – ancora – ha avuto sguardi più che ammiccanti per il nazionalismo esasperato dell’età Trump negli Stati Uniti.
È vero! C’è stata l’emergenza pandemica dovuta al SARS-CoV2. Tuttavia, con rara abilità, il governo Conte, espressione del Movimento 5 stelle in entrambe le versioni, giallo-verde e giallo-rosa, è riuscito a trasformare l’emergenza sanitaria in emergenza sociale ed economica; è riuscito a portare il rapporto deficit/PIL a cifre prossime al 165%, con un incremento del debito pubblico che peserà sulle future generazioni per i prossimi trent’anni. Le manovre per fronteggiare (malissimo) la crisi pandemica in un anno pesano oltre il doppio di quanto (forse) riusciremo a ottenere con il Recovery fund.
Si potrebbe obiettare che non è dato conoscere cosa avrebbero fatto altre squadre di governo. È vero. Difficilmente, tuttavia, qualsiasi altra squadra avrebbe potuto fare peggio!
In questo scenario drammatico, apocalittico, del quale gran parte della responsabilità ce l’ha Giuseppe Conte, l’ex Presidente del Consiglio che concentra in sé il peggio della destra reazionaria, si propone guida di una nascente coalizione di sinistra, punto di equilibrio tra LeU-PD-M5s! Il tecnico-non-tecnico-ma-neanche-politico, l’avvocato di sé stesso, più che del popolo, è riuscito a dimostrare plasticamente l’adagio andreottiano: il potere logora chi non ce l’ha. In effetti Giuseppe Conte, nella sua improvvisata conferenza stampa, di logorio ne ha manifestato tanto – tantissimo, anzi! – indicando sé stesso, in un trionfo di autocelebrazione, come il meglio del meglio del meglio.
Ma anche no, grazie!
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