Da svariate settimane mi sono con costanza occupato della vicenda referendaria pubblicando sia nei miei profili Facebook che sul mio blog le mie opinioni sulla questione. Sono stato accusato, per la mia posizione contraria al taglio lineare dei parlamentari (soprattutto su Facebook), di essere un “tuttologo”, di non avere “competenze giuridiche”, di essere un “venduto”, di essere “schiavo della casta”. Insomma di tutto e di più.

Dopo tutte queste settimane, però, sono nelle condizioni di raccogliere le critiche di chi, al contrario di me, si dichiara favorevole a tale riforma e, quindi di mettere a confronto le rispettive ragioni. Per semplicità espositiva cercherò di elencare le diverse posizioni per punti, suddividendole in ragioni istituzionali e ragioni politiche, in quanto hanno diverso peso.

Le ragioni “istituzionali” del No.

  1. La riduzione del numero dei parlamentari dovrebbe essere organica a una più ampia riforma delle Istituzioni, per esempio con la diversificazione dei ruoli delle due Camere parlamentari o con il superamento del bicameralismo paritario, ipotesi, quest’ultima, già presa in considerazione e sviluppata da Nilde Iotti, dalle varie commissioni bicamerali e, da ultimo, dalla proposta Boschi-Renzi del 2014-2016
  2. L’attività legislativa del Parlamento, a normativa vigente, sarebbe drammaticamente rallentata giacché il grosso del lavoro parlamentare si svolge nelle commissioni e, con la riduzione dei membri operativi, si ridurrebbe anche l’attività di tali commissioni con il risultato di penalizzare l’iniziativa legislativa
  3. La rappresentanza dei cittadini italiani verrebbe seriamente penalizzata a causa dell’ampiezza dei collegi elettorali con ovvie ripercussioni anche sul piano della responsabilità politica che il parlamentare eletto ha nei confronti dei propri elettori: allargando il bacino del collegio il candidato sarebbe il rappresentate della forza politica “per” quel gruppo (esteso) di cittadini piuttosto che il portavoce politico “di” quel gruppo di cittadini.
  4. La riduzione della rappresentatività svilisce il ruolo del parlamento con un irrisorio risparmio della spesa pubblica calcolato in 0,95€ per cittadino per anno. Inoltre gli strumenti democratici (quali sono le Camere) non possono essere sacrificati o depotenziati in base a meri calcoli ragionieristici.
  5. La rappresentatività dei parlamentari non può essere vicariata da altri organi elettivi (Consiglieri regionali, comunali o municipali) giacché la Corte Costituzionale ha chiarito in modo inequivocabile che «solo il Parlamento è sede della rappresentanza politica nazionale, la quale imprime alle sue funzioni una caratterizzazione tipica ed infungibile».

Le ragioni “istituzionali” del Sì.

  1. Sono troppi.

Le ragioni “politiche” del No.

  1. La riduzione della rappresentanza popolare in Parlamento, se associata alla introduzione del vincolo di mandato (ovvero all’impossibilità per il parlamentare eletto di dissentire dalla linea decisa dal gruppo politico di cui fa parte) per il quale esiste già la proposta depositata da Vito Crimi alla sua Camera di appartenenza e al referendum propositivo determinerebbe l’esautorazione del Parlamento in favore della democrazia urlata giacché si polarizzerebbe l’attività legislativa tra piccoli gruppi di cittadini che, ancorché minoranza nel Paese, potrebbero avvalersi del referendum propositivo per esercitare il loro potere, e i capi di partito che, con il vincolo di mandato, imporrebbero la propria linea ai gruppi. Inoltre con la riduzione del numero dei parlamentari il “peso negoziale” di ognuno di loro crescerà esponenzialmente in quanto un singolo deputato o un singolo senatore potrebbe essere determinante nell’attività legislativa e compromettere (anche per fini personali) il decorso delle leggi.
  2. Con la vittoria del “Sì” il peso politico relativo del Movimento 5 Stelle aumenterà perché, avendo mancato la realizzazione di tutte le promesse elettorali e avendo rinnegato uno dopo l’altro tutti gli impegni etici presi coi propri elettori (dalla rigidità sulle alleanze al divieto di essere eletti per più di due mandati) utilizzeranno questa barbarie istituzionale per far leva sui sentimenti della propria base elettorale che sarà indotta a “passare sopra” le piccole deroghe che i 5 stelle si sono concessi.
  3. Il taglio dei parlamentari è stata una proposta di legge del Governo Conte 1, espressione oltre che del Movimento 5 Stelle anche della Lega di Salvini. A nulla valgono le dichiarazioni di alcuni esponenti della sinistra che urlano la loro identità, se poi, alla resa dei conti, favoriranno oggi e soprattutto domani, proprio le frange più estreme della politica.
  4. Non c’è nessuna evidenza che la riduzione del numero dei parlamentari possa determinare una loro maggiore qualità; probabilmente, anzi, sarà proprio il contrario perché, in forza dell’ampiezza dei collegi elettorali, per essere candidati e quindi eletti, saranno necessari ingenti investimenti di capitale e ciò potrebbe favorire la deviazione della politica dal proprio ruolo a favore di gruppi di interesse (anche illeciti).

Le ragioni “politiche” del Sì.

  1. Sono troppi.

Ho voluto scherzare appena sulla vicenda, però – in realtà – questo referendum costituzionale (che, ricordiamolo, essendo confermativo non necessita di quorum) è un velo per mascherare l’altro vero referendum al quale sono chiamati i cittadini, ovvero la propria fiducia o sfiducia nelle istituzioni. Ciò che celebreremo sarà il riconoscimento o il disconoscimento del Parlamento, sarà un referendum tra politica e antipolitica, tra l’elaborazione di idee per il futuro del Paese e il populismo.

In due parole sarà un referendum per la testa o per la pancia. Io scelgo (anche questa volta) la testa.

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